Cura e assistenza - famiglia e società

«E io avrò cura di te», l’accudimento che guarisce l’anima

Un viaggio nell'assistenza domiciliare, una proposta umana che parte dagli anziani, malati e disabili: tutti noi abbiamo bisogno di una mano che ci aiuti

Ho letto questo articolo di Annalisa Teggi il 23 luglio sul blog di Aleteia, il link è questo: https://it.aleteia.org/2018/07/23/cura-anziani-disabili-assistenza-domiciliare-estate/?utm_campaign=NL_it&utm_source=daily_newsletter&utm_medium=mail&utm_content=NL_it

Mi ha molto toccato il titolo e il tema proposto, perché mi coinvolge da vicino sia come disabile che come figlia di persone anziane non più autosufficienti. L’articolo di Annalisa è un racconto personale che si intreccia con riflessioni proprie e la presentazione di un libro (foto dell’articolo) che ella cita in alcuni stralci. Mi permetto di consigliarvi di andare sul blog e leggervi il suo articolo per intero, io ne citerò alcuni passaggi per farne una riflessione personalizzata.

Annalisa parte con una riflessione sul 5° comandamento: Onora il padre e la madre. Un comandamento che ci interpella tutti, perlomeno quanti conoscono il decalogo e lo seguono. Un comandamento che impariamo a memoria ma del quale comprendiamo il senso profondo nel momento in cui da figli diventiamo “genitori” dei nostri genitori. Annalisa lotta con un padre brontolone, che non vuole essere accudito. Io invece lotto con i sensi di colpa, perché da disabile posso prendermi cura dei miei genitori a distanza e “solo” per pastoie burocratiche, che si sbrigano al telefono. Voi mi direte che le grane burocratiche sono le rogne più scervellanti, ed è la verità, ma non si comprende molto nelle dinamiche famigliari, tanto da apparire occupazioni di poco conto. È una situazione penosa sentirsi impotenti.

Malato tu, malato io: È un altro titoletto dell’articolo dove la scrittrice analizza il fatto che la famiglia, con il disabile o l’anziano non più autosufficiente, diventa anch’essa bisognosa di aiuto. Così come quanta fatica si faccia ad accogliere un estraneo per la cura, qualsiasi altra figura di sostegno anche alla famiglia è vista come un intruso. Con “senso di colpa” per il bisogno di aiuto esterno che la fa da padrone. Le emozioni portanti sono quelle di pensare che si delega ad altri l’amore del quale vorremmo essere sufficientemente capaci di esprimere come famiglia. A volte non ci si fa, e ci si deve adeguare al nuovo modo di gestire le proprie risorse. La mia personale osservazione a margine di questa giusta considerazione è che per quanti come noi siamo disabili da giovani o siamo nati con una diversa abilità, non sembra così strano il dover dipendere … e pazienza, indulgenza, mitezza sono entrati a far parte del nostro bagaglio.

Cito: “Dante diceva che la vecchiaia è l’età in cui si devono ammainare le vele. Cedere, lasciarsi fare, mollare la presa. Ma chi deve ammainare la volontà e il cipiglio? L’anziano o tutta la sua famiglia? Entrambi, perché il mistero delle relazioni sta proprio nel fatto che sono vive e quindi devono cambiare, anche fino a capovolgersi, rinascere in modo imprevedibile”.

La scrittrice dell’articolo presenta a questo punto il racconto di Fabio Cavallari La cura è relazione, edizioni Lindau, 2018. (come scrivevo più sopra la copertina è la foto di questo articolo) E ne fa una recensione facendo parte al lettore di alcune perle di saggezza utili per chi sta nel bisogno di relazione di cura.

“Con pudore e delicatezza Cavallari è entrato nelle case, nelle storie più intime di dodici famiglie, uomini e donne, giovani e anziani, che si sono incontrati nella malattia e che insieme, dentro una reciprocità non scontata, hanno fatto passi condivisi, costruendo, di fatto, una comunità.

La vita chiede presenza, partecipazione, adesione. Nessuno vuole rimanere solo, ammalato o sano che sia. Tutti noi abbiamo bisogno dell’altro, di una mano che ci aiuti, ci sostenga, accompagni la nostra fatica. (da La cura è relazione)

Quando la malattia in tutte le sue forme bussa alla porta, da quelle crudelissime che colpiscono in tenera età fino alle patologie della senilità, l’orizzonte familiare rischia di cadere sotto l’incantesimo di uno specchio deformante.

«Il malato deve essere guarito» può diventare una legge-trappola, perché l’intero nucleo domestico è parte ferita di fronte a un proprio caro che ha bisogno. Chi è malato? Chi deve essere curato? Dare risposte non scontate a queste domande può essere l’inizio di un percorso di cura anche per i cosiddetti «sani»” (...)

Il libro parla di servizio di assistenza domiciliare, volontario e scelto, elargito verso chi soffre: persone malate e disabili ma anche sostegno alla famiglia. C’è chi decide di incominciare questo “mestiere” dopo la morte di un caro lasciando il proprio lavoro ben retribuito. Chi sceglie di diventare assistente domiciliare dopo la morte di una figlia … anche se a mio modesto parere non si può sublimare un lutto con l’assistenza ad un paziente.

È giusta la citazione che dice: «Si potrebbe dire che la premessa che sta alla base di una scelta lavorativa di questo tipo risiede nella volontà di guardare l’altro come parte di sé». (Ibid. )

Annalisa continua parlando de: La famiglia che non c’è più. Fa un’analisi sociologica di quello che sono diventate le relazioni oggi, così facili da sciogliere, dicendo inoltre, che questa facilità di slegarsi è una mera illusione. Non si può trattare la famiglia con i suoi legami, alla stessa stregua delle amicizie di poco conto, tipo quelle dei social, accetto l’amicizia-rifiuto l’amicizia … ti banno!! Come si fa su Facebook. La realtà è che dobbiamo ritrovare il bandolo di quella matassa intricata che è la nostra post- modernità, perché quando arriva la malattia, la disabilità, la senescenza, è importante che la famiglia ci sia.

Nel suo scritto Cavallari dice che nel nostro passato prossimo la famiglia era già un antidoto alla malattia, la famiglia era già una forma di cura:

«Un tempo l’anziano veniva accudito a casa, spesso malamente, ma dentro un rapporto, in compagnia di qualcuno che di lui si accorgeva, che di lui persino ricordava i colori dei vestiti da lavoro e quelli della domenica, nell’aia contadina con le donne a far da veglia. Ora il pianerottolo è deserto, chiusa la porta, mute le voci delle genti (Ibid)».

Oggi, questo non succede più. Dice la scrittrice di questo articolo: “È dunque inevitabile che la famiglia abbia bisogno di appoggiarsi all’esterno per l’accudimento e l’esperienza dell’assistenza domiciliare, come messa a fuoco dalle testimonianze raccolte da Cavallari, può essere la via per tutelare due grandi tesori: il permanere dei vincoli affettivi coi propri cari e con la propria dimora”.

«Il punto principale dell’Assistenza domiciliare è la presa in carico della persona e del suo nucleo, mai della malattia»(Ibid) afferma Maria, una veterana dell’assistenza domiciliare.

L’autrice sicuramente parla per la sua esperienza ma l’esperienza degli italiani è ben diversa da quartiere a quartiere, non solo da città e città, regione e regione. Sarete d’accordo con me che non tutti vengono presi in carico dai servizi sociali. Che non tutti gli interventi presi in carico poi, sono comprensivi della cura della famiglia. Senza dubbio sarebbe auspicabile, ma per quella che è la mia esperienza questa è una chimera. Io sono divenuta disabile in giovane età sono stata abbandonata con la mia giovine famiglia, senza assistenza adeguata … e mia esperienza è anche quella che riguarda i miei anziani genitori, lasciati a se stessi in balia delle maglie burocratiche ch fanno i conteggi del bilancio prima di vedere il reale bisogno della persona e della famiglia.

L’articolo di Annalisa Teggi è un buon articolo e ognuno deve dire ciò che vive. È incoraggiante vedere come esistano anche delle oasi di servizio efficacie nel nostro territorio italiano. Auspichiamo che possa estendersi sempre più. La sua considerazione delle fasi di accettazione della disabilità e della senescenza ci coinvolge molto e la condividiamo tutti. Il libro che propone è sicuramente un buon testo, specialmente per chi deve lavorare a pro dei disabili, dei malati e degli anziani in una vera relazione d’aiuto.

Vi consiglio di leggere l’articolo e di acquistare il libro.

Martina Zardini

 

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Martina Zardini

AUTORE:
Martina Zardini

Mi chiamo Martina Zardini e già da qualche anno collaboro come author del blog disabiliabili.net , sono su una sedia a rotelle dal 1990 a causa di un incidente. Ho una lesione mielica dorsale. Sono sposata con Sandro dal 1986 e abbiamo una figlia, Stefania. Su Fb sono presente con un mio profilo http://is.gd/wVXfry e sono presente con mio marito sulla pagina http://is.gd/urLdAI, lavoriamo insieme e siamo entrambi pastori evangelici e sociologi.

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