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Quel mal di pancia che non passa: morbo di Crohn e colite ulcerosa

Aspettare mesi e mesi prima di poter «dare un nome» a un mal di pancia che non passa. Oppure finire in sala operatoria pensando di doversi operare per un’appendicite e poi scoprire che si trattava di una malattia di Crohn mai riconosciuta. Magari perché è stata a lungo scambiata per colon irritabile, un disturbo che provoca fastidi intestinali, come dolore o gonfiore, ma senza una causa organica riconoscibile come l’infiammazione fuori controllo tipica della colite ulcerosa o del morbo di Crohn, cioè le malattie infiammatorie croniche intestinali (in sigla MICI). 

Le linee guida per la diagnosi

Riuscire a individuarle può essere un lungo calvario: anche per questo l’European Crohn’s and Colitis Organisation (ECCO), in occasione dell’ultimo congresso a Copenaghen, ha pubblicato le nuove linee guida per la diagnosi. Identificarle il prima possibile è importante perché eventuali ritardi aumentano il rischio di complicanze, condannando a una qualità di vita scadente persone in maggior parte ancora giovani. Il picco di incidenza, infatti, è fra i venti e i quarant’anni anche se, come spiega Paolo Gionchetti, responsabile dell’Unità di malattie infiammatorie croniche dell’intestino al Policlinico Universitario Sant’Orsola di Bologna: «C’è un ulteriore piccolo aumento delle diagnosi intorno ai 60 anni. Da qualche anno è evidente un incremento del numero di casi fra gli under 18: in Italia oggi sono circa 30 mila i bambini e i ragazzi con MICI, più aggressive proprio nei giovanissimi.

Le cause

«Non sappiamo perché siano sempre più diffuse (alcune stime parlano di un aumento delle diagnosi di 20 volte in 10 anni, ndr) ma gli stili di vita - prosegue Gionchetti -, le abitudini alimentari e l’inquinamento ambientale sembrano avere un ruolo, visto che nei Paesi industrializzati la prevalenza è stabile mentre sta crescendo dove lo sviluppo industriale è ancora in corso, come nel Sud Europa, in Asia o Sudamerica». 

Le ipotesi

«C’è l’ipotesi della catena del freddo, secondo cui l’avvento dei frigoriferi e il cambiamento della conservazione dei cibi potrebbe avere modificato la componente batterica degli alimenti e il loro impatto sull’intestino - interviene Alessandro Armuzzi, presidente del Gruppo Italiano per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IG-IBD) -. Oppure l’ipotesi dell’igiene, secondo cui il nostro mondo sempre più “pulito” ha alterato la flora batterica intestinale facilitando le MICI; di certo il microbiota dei pazienti è diverso da quello di chi è sano, ma ancora non sappiamo se sia una causa o un effetto».

Le differenze tra le due malattie

La caratteristica che accomuna colite ulcerosa e Crohn è un’infiammazione intestinale consistente e che non passa, limitata al colon nel primo caso o che può estendersi a tutto l’intestino nel Crohn. Per tutto il resto sono patologie diverse a partire dai sintomi, sottolinea Armuzzi: «Nel 95 per cento dei casi di colite ulcerosa c’è diarrea con perdite di sangue. È perciò più semplice da diagnosticare. Ha un impatto devastante sulla qualità di vita, con spossatezza e affaticamento che compromettono le capacità scolastiche e lavorative anche nei periodi di remissione». Il danno alle mucose, che porta anche a difficoltà nell’assorbimento dei nutrienti, nel caso del Crohn può riguardare invece qualsiasi tratto dell’intestino e per questo i sintomi sono a volte più difficili da riconoscere. «Di solito ci sono calo di peso, anemia, stanchezza cronica - elenca Gionchetti -. Ma possono essere presenti anche i sintomi intestinali, come dolore e diarrea, e se compaiono di notte è molto probabile si tratti davvero di una malattia infiammatoria: con il colon irritabile, a cui si pensa spesso in prima battuta, di notte si dorme bene. Un 10-15 per cento di casi ha un familiare di primo grado malato, ma né Crohn né colite ulcerosa sono ereditarie. È invece frequente l’associazione con patologie reumatiche, i dolori alle articolazioni perciò non vanno sottovalutati». 

Test specifico ma anche endoscopia

Il percorso diagnostico dovrebbe partire con il test della calprotectina fecale: se c’è molta infiammazione questa proteina abbonda nelle feci. In questo caso occorre un’endoscopia per la diagnosi certa. «Anche l’enterorisonanza, la risonanza magnetica dell’intestino, può essere utile - osserva Gionchetti -. Ancora oggi per i pazienti con il Crohn possono passare fino a cinque anni prima della certezza. In queste situazioni è verosimile che ci siano già complicazioni serie che costringono a “rincorrere” la patologia con le cure». Quando l’intestino viene «bucato» dall’infiammazione (nelle fistole) oppure la parete si ispessisce al punto da bloccare il transito (nelle stenosi), si possono configurare vere e propie emergenze. «Per questo, soprattutto nei giovani, è importante sospettare la malattia: chi ha una vita davanti deve avere una strategia di trattamento tempestiva e adeguata, non ci si può accontentare di controllare i sintomi» conclude Gionchetti.

Perché la dieta non basta

Ma se l’intestino è infiammato, non può bastare la dieta per risolvere la situazione? La risposta purtroppo è no: esistono cibi con un effetto antinfiammatorio su un intestino sano e ciò che si mangia conta, ma nei pazienti con MICI l’infiammazione è fuori controllo e non c’è una dieta davvero efficace, come sottolinea Alessandro Armuzzi, presidente IG-IBD: «Ogni paziente è diverso e deve fare attenzione ai cibi che lo disturbano per poterli evitare, non esiste un’alimentazione valida per tutti; l’unica indicazione certa è la riduzione del carico di fibre nei pazienti con stenosi, perché il transito intestinale potrebbe bloccarsi del tutto. Serve tuttavia garantirsi un buono stato nutrizionale, perché altrimenti anche le cure funzionano meno». «L’unica situazione in cui l’intervento nutrizionale può funzionare - puntualizza Armuzzi - è il trattamento dei bambini, in cui la nutrizione enterale esclusiva porta alla remissione temporanea ed evita il cortisone». In pratica si tratta di mangiare solo una formula liquida per alcune settimane, ma non è facile adattarsi. Un’alternativa è la dieta di esclusione proposta dal gastroenterologo israeliano Arie Levine per bimbi con Crohn: «Abbiamo eliminato ciò che potrebbe interferire con la flora batterica intestinale, l’immunità innata o la funzione di barriera dell’intestino, aumentando frutta, verdura e amidi resistenti. I risultati sono simili alla nutrizione enterale, ma l’intervento è molto più tollerabile». (di Elena Meli)

 

FONTE:  https://www.corriere.it/salute/19_aprile_28/quel-mal-pancia-che-non-passa-morbo-crohn-colite-ulcerosa-9296231a-682d-11e9-9924-a3f7289eca7e.shtml?intcmp=emailNLcor_salute_29042019