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Carcinoma al fegato. Non c’è solo il bisturi

26/02/2018 - AUTORE: Redazione DA

Si chiama epatocarcinoma ed è una degenerazione neoplastica delle epatiti croniche B e C. In termini più semplici si tratta di un’epatite cronica di tipo B o C che degenera prima in cirrosi per poi diventare un tumore. Questo particolare patologia che colpisce il fegato è oggi ancora particolarmente diffusa e colpisce soprattutto la popolazione maschile, in particolare chi fa abuso di alcol. A livello statistico si è constatato un incidenza maggiore nella popolazione con più di 50 anni. Fino a qualche anno fa in bergamasca si riscontrava una diffusione di epatocarcinoma motto più alta rispetto alta media nazionale. Ora, fortunatamente, la situazione è migliorata, ma si tratta comunque di un tumore che resta diffuso e che deve essere diagnosticato in modo precoce per evitare in seguito un intervento eccessivamente invasivo per il paziente.

«L’epatocarcinoma si può presentare in due forme: quella unica o quella polifocale. Nel caso della forma unica si può trattare in modo più facile ed efficace rispetto alla forma polifocale. Oggi, grazie alta tecnologia e alle continue scoperte in ambito medico — spiega il dr. Sergio Pesenti, Responsabile delI’Unità operativa di Radiologia e diagnostica per immagini del Gruppo Habilita — è possibile intervenire anche con modalità poco invasive ed altamente efficaci: nel tempo si sono sviluppate metodiche sistemiche e mini-invasive alternative alta chirurgia tradizionale: tra queste oltre alla chemioembolizzazione troviamo l’alcolizzazione eco- guidata e la termoablazione (radio-frequenza) ecoguidata. In entrambi i casi è sufficiente inserire un ago o un elettrodo sotto guida ecografica (poco più di una biopsia) per raggiungere la zona interessata e quindi procedere con la distruzione locale del tumore».

Entrambe le tecniche possono essere adottate però solo quando la diagnosi dell’epatocarcinoma è stata precoce e il tumore non ha avuto il tempo di espandersi. «In questi casi - prosegue Pesenti - la prima diagnosi viene effettuata quasi sempre con la Tac: è infatti un esame decisivo e finale per la diagnosi delle forme tumorali. Grazie alla tecnologia noi radiologi siamo il principale supporto dell’epatologo e del chirurgo. Il nostro aiuto si sviluppa su due piani: quello della diagnosi precoce e quello del controllo a distanza delle terapie. Un altro strumento utile per diagnosticare la possibile presenza di un tumore è la risonanza magnetica con e senza contrasto dell’addome superiore. Anche questa indagine ci fornisce un risultato finale estremamente affidabile. Il passo successivo, quando il radiologo si esprime in modo netto e deciso è quello della terapia. In caso di persistente dubbio si passa invece al prelievo delle cellule tramite un agobiopsia ecoguidata che è decisamente poco invasiva e non ha complicanze. Si prelevano alcune cellule e una piccola porzione di tessuto, poi analizzato per avere quindi la diagnosi certa».

«Come spiegavo all’inizio, oggi la tecnologia ha ottenuto risultati molto importanti e permette quindi di proporre delle valide alternative all’intervento chirurgico che prevedeva l’asportazione di un segmento o di un lobo del fegato. Grazie alla diagnosi precoce, infatti, si possono effettuare interventi con tecniche miniinvasive per l’epatocarcinoma o per le metastasi (nel caso in cui siano poco numerose). Parliamo di lesioni che hanno una dimensione che può arrivare fino a 2,5 centimetri. Tenete presente che la diagnosi precoce permette l’individuazione di un tumore a partire da una dimensione di 5 millimetri. Una volta effettuato l’intervento è comunque necessario sottoporsi a verifiche e controlli con la Tac o con la Risonanza Magnetica con contrasto. Nel fegato - conclude Sergio Pesenti - la lesione sarà comunque ancora presente, ma possiamo paragonarla ad una cicatrice e quindi definirla inattiva. In questo caso possiamo quindi parlare di recessione dell’epatocarcinoma».

FONTE: https://www.ecodibergamo.it/stories/la-salute/