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Sono disabile ma #IoRestoAlNord: quando l’amore per se stessi ed i propri cari è più forte della paura.

26/03/2020 – 18° giorno di isolamento

Mi chiamo Flora, ho 25 anni e sono siciliana. Vivo in Emilia-Romagna da ormai due anni e mezzo, per scelta sentita, voluta, ma anche obbligata. Ho sempre sognato fare carriera, sentirmi realizzata, ricoprire una posizione “non per tutti”. In Sicilia, dove sono nata, è difficilissimo per chiunque riuscire a farlo, e diventa praticamente IMPOSSIBILE se sei nato con una disabilità motoria ed hai bisogno di sedi adeguate e tutele sul lavoro, ma non sei nemmeno “figlia di” per poterli “meritare”.

Non mi andava, per un errore medico che mi vede l’esempio vivente del fatto che la nostra sanità non è pronta agli imprevisti da gestire, di dovermi accontentare - nel migliore dei casi - di inserire dati a vita o - nel peggiore - di aspettare a casa giorni interi che la mia famiglia rientrasse dopo le loro giornate di lavoro. Quella stessa famiglia, realistica e protettiva, voleva che, dopo le scuole medie, facessi un istituto tecnico. Io ho preso un diploma di liceo ed una laurea sudata (in senso letterale e figurato). Nel 2017 ho lasciato la   famiglia per inseguire un sogno: dal piccolo paesino del sud, sono arrivata in una grande città del nord e il primo curriculum inviato ha avuto subito risposta positiva. Dopo un periodo di prova, sono stata assunta in una multinazionale informatica quotata in Borsa come linguista computazionale e a 24 anni avevo già un lavoro stabile, full time e nel settore in cui ho studiato. Lavoro interessante, stimolante ed in continua evoluzione. Lavoro che mi ha garantito uno stipendio che in Sicilia mi sarei sognato, dignità al pari degli altri e che, anche in tempi di pandemia, mi riempie le giornate potendolo fare in smart working, garantendomi un pizzico di normalità in questo periodo buio.

La sera di Sabato 7 Marzo ero dentro il mio bilocale di 45m2 che ho preso in affitto a Modena, sul divano. Avevo appena litigato furiosamente con il mio fidanzato, che vive in provincia di Bologna. Fino al giorno prima ero andata regolarmente in ufficio, e con i colleghi ci eravamo presi gioco del virus, mangiando e lavorando fianco a fianco. Inizia a trapelare la notizia che Conte vuole blindare alcune province: Modena è tra queste, Bologna invece no.

Non crediate che non mi sia preso il panico: è un sentimento istintivo ed umano, ma era lo stesso panico che può prendere ad una persona adulta che si rende conto di un rischio. Tuttavia, non ho mai pensato neanche per un secondo di ritornare al volo in Sicilia, dalla mia famiglia. Ho una madre, un padre e una sorella, e due nonne bisognose di assistenza di 86 e 96 anni, alle quali probabilmente restano da vivere molti meno giorni dei miei, ma che non volevo in alcun modo dover avere sulla coscienza. Sapevo che sarebbe stata dura, ma ho scelto di resistere: per l’amore che provo per loro e per senso di riconoscenza verso una regione ed una città che mi hanno regalato tanto.

Essendo impossibilitata a fare lunghe file e trasportare pesi, ho sempre fatto la spesa online. Iniziata l’emergenza, questa è diventata l’idea di tutti ed i siti di e-commerce sono andati in tilt. Ho capito che l’approvvigionamento dei viveri sarebbe diventato ben presto un problema, senza contare che siamo sotto Pasqua e la lontananza dalla famiglia in periodi di festa si sente di più. I miei genitori hanno lottato tra la loro parte razionale, che era sicura che era meglio che io restassi qui, e la loro parte emotiva, che mi voleva accanto, tanto da arrivare a propormi di venire a prendermi in macchina. Io non ho voluto, perché penso che quando ti distacchi dal nucleo familiare e fai una scelta, per quanto obbligata, ti assumi la responsabilità di tenervi fede qualunque cosa accada. So che mia madre è fantastica, ma non onnipotente come la credevo quando avevo la febbre a 5 anni. Mi sono chiusa in casa, ho razionato le risorse e mantenuto la calma. Se mi fossi ammalata qui, sicuramente in questo momento i medici locali avrebbero almeno provato a curarmi meglio di quanto potesse fare mia madre.

Lunedì 9 la zona rossa è stata estesa a tutta l’Italia ed il mio fidanzato ha iniziato a pregarmi perché mi trasferissi a casa sua: l’isolamento in due è psicologicamente più sopportabile e non sarebbe stato tranquillo nel sapermi lì da sola. Il 17 Marzo, su sua insistenza, con autocertificazione in tasca attestante i motivi di reale necessità e la mia gatta, ho raggiunto casa sua per condividere l’isolamento con lui. Sono qui da allora: siamo in tre in 50m2 senza balcone ma io mi sento la persona più fortunata del mondo! So che non morirò di fame perché qualcuno con gambe e braccia più forti delle mie potrà fare scorta di viveri per me, so che la sera avrò qualcuno con cui parlare e condividere la cena, e la notte qualcuno da abbracciare e che mi abbracci. So che avrò un affetto in meno di cui preoccuparmi per come sta, anche se tutti gli altri sono lontani e non li rivedrò prima del 2021. Cibo in tavola, compagnia e affetto, un tetto sopra la testa, non sono cose scontate ed alleggeriscono di tantissimo il peso di questo periodo.

Ho scelto di condividere la mia storia non per voler essere acclamata come esempio, ma perché essa possa fungere da spunto di riflessione per tutti, soprattutto per quei giovani che vivono ancora in famiglia, in case grandi e di proprietà, con tutti i loro cari al fianco e qualcuno che fa lunghe file al posto loro perché non manchi un piatto in tavola,eppure si lamentano ancora perché mancano loro le uscite e l’aperitivo con gli amici. Si prendano questo “tempo vuoto” per capire quanto siano fortunati per quello che hanno, invece di rimpiangere quello che momentaneamente è stato tolto loro: gli affetti, il calore, il cibo, l’amore e LA VITA sono i doni più preziosi da difendere in questo momento; il resto torneremo a riprendercelo…. ma, per farlo, dobbiamo essere abbastanza responsabili da riuscire ad uscirne ancora vivi!

 Flora Iannaci