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Propongo un’intervista alla psicologa Daniela Terranova (seconda parte)

Seconda parte, la prima la puoi vedere cliccando qui: https://www.disabiliabili.net/blog/riabilitazione/intervista-ad-unapsicologa1?

A suo avviso perché andare da uno psicologo provoca vergogna e viene visto come un tabù, specie nella disabilità?

La professione dello psicologo evoca una serie di stereotipi, specie nel mondo della disabilità: “se vado dallo psicologo allora significa che sono pazzo”; lo psicologo è colui che valuta l’intelligenza della persona con disabilità, quindi decreterà in qualche modo, il suo livello di integrazione sociale o di emarginazione; identifica i sentimenti di rabbia legati alla non accettazione della propria disabilità e cercherà di convincere il disabile ad accettare “serenamente” la sua condizione; naturalmente la sua formazione personale e la sua deontologia professionale gli forniscono uno scudo per realizzare tali condizioni.

La psicologia, invece, può essere considerata uno degli strumenti principali per realizzare l’emancipazione delle persone con disabilità e per risolvere la sofferenza dei familiari (cit.).
Il professionista esperto è colui che attiva le risorse emotive dei pazienti con disabilità e li aiutano a creare strategie di problem solving per affrontare le difficoltà quotidiane; li spingono a non farsi condizionare da quello che le persone pensano su di loro e a mostrarsi nella loro autenticità; favorisce l’elaborazione della rabbia distruttiva e del dolore causati dalla disabilità, stimolando sentimenti di gratitudine verso i caregivers; aiuta le persone con disturbi cognitivi e dell’apprendimento ad elaborare strategie per compensare le difficoltà determinate dai limiti intellettivi e potenzia al massimo le risorse di autonomia per favorire l’integrazione sociale e il benessere.

Per noi diversamente abili, come lei può immaginare, avere una “vita” sessuale non è una cosa semplice, cosa ne pensa delle figure degli “assistenti sessuali”?

 La persona con disabilità viene vista come un eterno bambino/a, asessuata o riconosciuta nella sua sessualità solo per i comportamenti problema da essa elicitati.

Lo sviluppo socio-relazionale e quello sessuale dovrebbero andare di pari passo. Iniziano entrambi nell’infanzia e continuano per tutta la vita, anche le persone con disabilità dovrebbero essere avviate alla maturità sociale e sessuale, attraverso esperienze che promuovano l’affettività e la socializzazione, dalle famiglie e dagli enti che si occupano di loro, come le scuole ed i centri di riabilitazione.

È possibile distinguere la disabilità fisica (cioè l’incapacità di fare), dalla disabilità cognitiva/mentale (incapacità nella responsabilità del fare), non sempre le due componenti si trovano interconnesse in un unico individuo: accade ad esempio che una persona portatore di una disabilità fisica, possa esperire il desiderio sessuale in maniera consapevole e matura e non possa esplicitarlo a causa dell’handicap fisico.

La sessualità infatti è legata a due dimensioni: la componente fisica (corporeità, erotismo) e la componente relazionale (il desiderio dell’incontro e dello scambio reciproco). Il concetto chiave che caratterizza una sessualità matura e adeguata è la possibilità di trasformare il bisogno in desiderio, (cioè l’impulso fisico è reso modulabile e differibile nel tempo e nello spazio).

Il lavoro sulla sessualità non può dunque prescindere dal lavoro sulla personalità, in relazione ovviamente allo sviluppo cognitivo dell’individuo. Infatti, spesso accade che i comportamenti problema di tipo sessuale nascondano sintomi di difficoltà riguardanti l’emotività, l’affettività e la cognizione.

La sessualità va legata all’affettività ed alla capacità immaginativa, che esula dal mero soddisfacimento del piacere fisico. Le figure degli “assistenti sessuali” si occupano proprio di questo: accompagnare la persona con disabilità lungo il percorso di consapevolizzazione della propria affettività connessa al desiderio sessuale, attraverso un lavoro psicoeducativo e di supporto sia al soggetto che ai familiari. Il sostegno ai caregivers in questo senso prevede itinerari di counseling e di psicoterapia, prima o durante la pubertà dei congiunti con una disabilità.

Perché ha scelto di svolgere questa professione?

Il processo di acquisizione di una propria identità personale, prima ancora che professionale, è stato lento ed articolato, la scelta della professione non è scaturita né dall’impulso né da un ragionamento, ma è nata dalla profonda gratitudine verso gli esseri umani, in primis i miei genitori, che mi hanno insegnato il senso della vita e l’importanza dell’interconnessione tra le persone.

“Nessun uomo è un isola, tutti abbiamo bisogno di qualcuno a cui raccontare le storie di battaglia intorno al fuoco”, sintesi di una celebre frase tratta da “Il guerriero della luce”, Paulo Coelho, citazione che campeggiava sulla prima pagina della mia tesi di Laurea.

Il nostro lavoro è unico perché consente di lavorare non solo con la propria mente/cognizione come strumento, ma soprattutto con la propria sensibilità ed empatia, intervenendo attivamente sulla vita dell’altro, creando insieme le condizioni per modificare la sua storia, contribuendo così, con la totalità del nostro essere alla costruzione del benessere di un altro individuo.

Ringraziamo la Dottoressa Terranova, per averci dato la possibilità di esplicitare determinati argomenti che purtroppo per la nostra società sono dei veri e propri tabù.

Nele Vernuccio