Hai diritto all' IVA al 4%
Servizio Clienti (+39) 055.36.05.62

“Because of my body”: la recensione. Quando il contatto va’ altre la pelle e prende il cuore.

“Because of my body” è un film, o meglio è una storia vera che resta dentro, volenti o nolenti.

Devo ammettere che prima di vedere questa pellicola non sapevo bene esattamente cosa fosse un love giver, cosa facesse in pratica, e quali fossero gli ambiti di competenza.

La storia di Claudia non è romanzata, è una storia vera, vissuta sulla pelle e nel cuore e lo si capisce dalle prime inquadrature che colpiscono gli occhi con la loro semplicità eppure con la loro ricchezza emotiva, che sta soprattutto nei silenzi, nelle pause, nei volti ripresi così da vicino. In questo il regista Francesco Cannavà ha fatto un lavoro meraviglioso di sintesi del superfluo, ma anche attenzione al dettaglio.

Si entra nella casa e nella vita di Claudia in punta di piedi, ma già subito ci si sente rettamente coinvolti ed avvolti.

Personalmente devo dire che è stata difficile e terapeutica la visione di questo film.

Io, come Claudia, la protagonista di questo racconto autobiografico, sono una donna disabile dalla nascita, una disabilità fisica diversa, ma pur sempre limitante in molti ambiti della vita quotidiana. 

Io sono sposata e sono una mamma, ma devo ammettere che convivere con la mia paralisi cerebrale infantile e con la tetraparesi spastica, non è stato sempre facile. Per questo motivo già dalle prime scene mi sono sentita affine a Claudia. 

Ho rivisto tramite lei, le mie stesse difficoltà e paure, così come l’assistenza e in un certo senso l’ingombrante presenza di un genitore che si sente in dovere di assisterti in ogni tua azione quotidiana, anche non necessaria, solo perché in qualche modo ti considera fragile e ancora “bambino”, non un adulto.

Si capisce perfettamente perché Claudia, che a vent’anni non ha mai avuto relazioni, né rapporti seri al di fuori della cerchia famigliare, desideri un “contatto”, un sentirsi desiderata. In fondo non è quello che vogliamo tutti? 

Essere amati, toccati, desiderati?

Qui entra in gioco la figura di Marco, un assistente sessuale, o “lovegiver”, in pratica un operatore professionale che si occupa dell’assistenza all’emotività, all’affettività e alla corporeità (O.E.A.S.) delle persone con disabilità.

È un tema delicato quella della sessualità e della scelta della propria espressione corporale, perché per natura dovrebbe essere un diritto di tutti, ma questo spesso non accade, o diventa difficile per chi ha una fisavo motoria vivere appieno la propria sessualità.

Ci sono molti tabù e pregiudizi che circolano ancora oggi nei confronti della persona con disabilità e il tema della sessualità.

Sì, anche i disabili fanno sesso, o desiderano farlo, perché sì, sono essere umani come tutti gli altri con gli stessi bisogni pensieri, desideri e pulsioni.

Da un certo punto di vista, approvo il messaggio che il film fa passare, ovvero che è giusto conoscere il proprio corpo e desiderare il piacere, di darlo o riceverlo. Sono un po’ meno d’accordo sui modi in cui ciò si esplica nella pratica. Nel film si dice poco, forse per non appesantire la narrazione, sta di fatto che l’incontro con il disabile e il love giver è un incontro a “scadenza” e cioè dura un tempo prestabilito.

Quindi Claudia e Marco si vedranno con incontri programmati per circa sei mesi, dopodiché Marco come love giver e come persona dovrà uscire dalla vita di Claudia per sempre.

Ed è qui secondo me la nota dolente: il non pensare all’inevitabile coinvolgimento emotivo che segue un coinvolgimento fisico o comunque un percorso condiviso sull’esplorazione delle potenzialità del corpo proprio e dell’altro.

Anche se lo si intuisce che c’è un supporto psicologico a entrambi, la cosa sembra messe un po’ in secondo piano.

È logico che ci si leghi al love giver, se non si hanno mai avuti contatti con l’altro sesso, ma direi che occorrerebbe più supporto psicologico ed emotivo per affrontare tutti gli aspetti di una relazione, non solo passando attraverso la tappa del corpo e della sessualità.

Vedendo il film ho proprio avuto proprio questa sensazione. Questa fragilità che si manifesta in Claudia dopo la separazione con Marco, era prevedibile che lei né soffrisse, allora perché non aiutarla anche sotto il profilo emotivo, e come lei tutti i disabili che non hanno possibilità di relazione?

Perché trovo che il sesso è importante, soprattutto per chi non ne ha facilmente accesso come esperienza, ma lo è anche ciò che sente a più livelli la persona nella sulla interezza fisica e psicologica.

La figura del love giver è importante, ma credo che ad essa vada affiancato sempre, e prima di  tutto, un percorso emotivo di riscoperta e fiducia in sé che porti il disabile a uscire dal bozzolo e dalla paura di essere se stesso/a in mezzo agli altri.

Foto autorizzate.

Samanta Crespi