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“Abilismo interiorizzato”. Un’analisi sull’identità politica e sociale della disabilità

Alcuni giorni fa è uscito un mio articolo sul blog relativo al “Disability pride”, il quale ha avuto un discreto riscontro e commenti tra i più vari, sia positivi che negativi, come è normale che sia.

Uno in particolare mi ha colpito: mi è stato detto che dall’articolo emergeva molto “abilismo interiorizzato”.

So bene cosa significa “abilismo”, ho seguito alcuni attivisti disabili, i quali portano avanti battaglie giustissime, nonostante alcune non le condivida, comunque non mi reputo abilista.

È ovvio che non siamo tutti uguali e non tutti si identificano nello stesso pensiero, movimento, o anche nella stessa categoria di disabilità.

Per farvi capire cosa intendo vi vorrei citare alcuni del libro “disabilità e società” di Tom Shakespeare un attivista, scrittore e disabile.
Ho appena ultimato la lettura e mi è stato illuminante per comprendere i più disparati commenti che ho letto e ricevuto da disabili in relazione al mio pensiero sul “Disability Pride”.

Tom Shakespeare nel capitolo quarto “politica e identità della disabilità” scrive con parole chiarissime:

Nonostante gli studi sulla disabilità abbiano valutato positivamente il movimento per i diritti dei disabili, è importante chiedersi fino a che punto le persone con menomazioni si identifichino con questo movimento, o anche più semplicemente come persone con menomazioni.

Questa domanda è importante, perché rimanda a tutta una serie di vissuti soggettivi che ogni disabile porta con sé, e che non possono essere ridotti solo ad un etichetta, un gruppo, una rivendicazione esteriore.

Più avanti si legge:

Nick Watson ha condotto uno studio qualitativo approfondito su 28 persone disabili in Scozia. Malgrado le esperienze quotidiane di pratiche oppressive, solo tre dei partecipanti hanno incluso la disabilità nella propria identità. Piuttosto, normalizzavano la loro esperienza delle limitazioni fisiche. Erano tutti in grado di descrivere esperienze di discriminazione, ma rifiutavano un’identità politica di persone disabili: Per molti di loro, essere disabili non significava celebrare la differenza o la diversità; l’orgoglio della propria identità non si formava autodefinendosi come diversi, come disabili, ma piuttosto definendo la disabilità con termini propri, usando dei termini di riferimento propri […] Il loro desiderio era integrarsi con gli altri e negare una differenza umiliante.”

È normale che se si convive con una disabilità evidente, sia essa congenita o acquisita, non si voglia attirare su di sé ancor più attenzione.

Probabilmente, la maggior parte delle persone con menomazioni o malattie croniche si considera «davvero normale» e rifiuta di permettere che siano le condizioni di salute, o le reazioni che esse generano, a dominare la sua vita.”

Trovo che questo sia il punto fondamentale della questione: essere disabili non vuol dire gettare la spugna e crogiolarsi in dannoso vittimismo, non fa bene a noi disabili, ma non fa bene neanche all’immagine che diamo agli altri.

Siccome il mio precedente articolo parlava di “orgoglio disabile” e molti hanno sottolineato: “se non ci uniamo noi allora chi mai penserà ai nostri diritti, ci vuole un gruppo che ci rappresenti, dobbiamo farci vedere per far valere la nostra voce, vi riporto  il pensiero di Tom Shakespeare, che condivido pienamente.

Un approccio alla disabilità come minoranza impone una dicotomia fra disabili e non disabili, che rinforza le differenze anziché promuovere l’assimilazione […] Un problema più serio, all’interno del contesto della disabilità, è che costruire un’identità sull’oppressione induce la minoranza ad assumere un atteggiamento vittimista […] Fornisce la scusa per non tentare nulla, perché ogni sforzo è destinato a fallire e ogni cambiamento è illusorio. La posizione della vittima inoltre rende molto minacciosa la posizione di altre persone che apparentemente condividono lo stesso stato. Se alcuni disabili hanno raggiunto i loro obiettivi, o hanno avuto successo in una società disabilitante, l’analisi del vittimismo viene meno. Per questo diventa importante disconoscere o condannare i «papaveri alti» che hanno avuto successo...

Quante volte mi è stato detto ciò?

Tu sei fortunata, non hai una disabilità grave, sei riuscita a farti una famiglia, trovare lavoro,studiare ecc...”

Ecco “questo” atteggiamento è ciò che non sopporto e non comprendo, e non quello legittimo e giustissimo della rivendicazioni del diritto alla vita autonoma.

Nel mio caso forse, alla partenza, sono stata fortunata, ma molte altre cose me le sono costruita da sola, con fatica, con mille muri, ma cercando sempre di integrarmi col mondo “normodotato” che a tanti fa paura.

Ribadisco non voler sfilare ad un “pride” non equivale a disconoscere la disabilità in toto, ma vuol dire trovare in quella un motivo per fare diversamente senza dividere, senza dividersi, ma includendo gli altri, tutti gli altri.

Per concludere, vi lascio con le parole di Shakespeare sulla chiusa del capitolo quattro:

quello che serve è: riconoscere con convinzione la soggettività della disabilità, non come un analogo incompleto della vita non disabile, ma come qualcosa di nuovo e completo, unitario e di chiara importanza umana. […]Molte persone disabili preferiranno cercare ciò che hanno in comune con i non disabili, promuovere l’inclusione e la parità di status, non il separatismo. L’obiettivo della politica della disabilità dovrebbe cercare di rendere irrilevanti, ove possibile, la menomazione e la disabilità, e non ricercare e celebrare una nozione separatista di orgoglio disabile basato su una concezione etnica di identità della disabilità.”

Articolo sul disability Pride: https://www.disabiliabili.net/blog/eventi-temporanei/disability-pride-non-per-me-non-sono-orgogliosa-1?


Fonte: Tom Shakespeare “Disabilità e società”, edizioni Erickson 2017.

Samanta Crespi