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Paralimpiadi invernali PyeongChang 2018: l’Italia torna a vincere dopo la delusione di 4 anni fà

21/03/2018 - AUTORE: Andrea De Chiara

L’Italia stravince: “noi come tanti altri sportivi normodotati siamo solo atleti e non eroi ”. La replica dei nostri azzurri.

Domenica 19 marzo u.s. si sono concluse le Paralimpiadidi PyeongChang 2018; finalmente l’Italia è ritornata a vincere dopo gli scarsi risultati ottenuti a Sochi nel 2014; i protagonisti di questa sono Giacomo Bertagnolli e Fabrizio Casal, i quali sono riusciti a conquistare quattro delle cinque medaglie in palio: due ori, un argento e un bronzo in alpinismo. D’altronde entrambi già l’anno scorso ai Mondiali di Tarvisio avevano ottenuto una medaglia di ogni colore ma non è tutto: Giacomo e Fabrizio, incrementando il loro bottino, sono entrati nella storia dello sport paralimpico nazionale a tutti gli effetti. L’ultima atleta a vincere quattro medaglie in una stessa edizione delle Paralimpiadi invernali è stata Silvia Parente, scrittrice ipovedente, classe 1999.

Un altro atleta che si è fatto notare è stato Manuel Pozzerle che ha guadagnato un argento nello snowboardcross, realizzando il suo sogno a trentanove anni. In realtà quest’ultimo praticava già questo sport dall’età di 17 anni, cioè ancor prima dell'incidente motociclistico in cui è stato coinvolto a 29 anni, che gli ha causato la perdita della mano sinistra, dopodiché ha iniziato ad allenarsi per diventare un atleta paralimpico e ha fatto il suo primo ingresso in nazionale nel 2014. In soli 4 anni di distanza da allora, Manuel Pozzerle ha conquistato tanti podi ai Mondiali, oltre a vincere la Coppa del Mondo, fino a raggiungere le tanto agognate Paralimpiadi. In questo contesto il meno fortunato è stato invece l’altro snowboarder Jacopo Luchini, ventisettenne che ha chiuso quarto per pochi centesimi nella gara di slalom, dove per un soffio ha perso la possibilità di portarsi a casa un bronzo.

Nonostante i nostri azzurri siano entusiasti delle loro vittorie hanno ribadito in coro ai giornalisti: “noi come tanti altri sportivi normodotati siamo solo atleti e non eroi”. Questa precisazione rivela purtroppo una verità oggettiva: se da un lato una buona parte dell'opinione pubblica considera questi atleti paralimpici come se fossero dei supereroi dalle doti eccezionali, dall’ altro c’è chi crede che queste ultime rappresentino "un'esaltazione della disgrazia”, come aveva dichiarato Paolo Vilaggio nel 2012 a Radio 24, in occasione dei Giochi Olimpici di Londra.

Benché si possa solo stendere un velo pietoso su tale commento del defunto attore, è anche vero che esaltare le Paralimpiadi come se fossero un fenomeno più unico che raro nel quale vi partecipano solo pochi eletti, ha lo stesso effetto bumerang uguale e contrario. In questo contesto invece sarebbe più opportuno riportare tale situazione alla normalità senza eccedere ad autocelebrazioni, perché questi atleti vogliono dimostrare che si possono tagliare dei traguardi importanti a prescindere che si gareggi su 4 ruote piuttosto che su due gambe. Ciò che fà di un atleta un vero campione è la perseveranza, la grande forza di volontà e il duro allenamento quotidiano a cui quest'ultimo si sottopone per ottenere notevoli soddisfazioni sportive, a prescindere dalle condizioni psicofisiche che ciascuno possiede. In questo senso, è soprattutto nella vita quotidiana che non dovrebbero esserci distinzioni tra persone normodotate e quelle con disabilità, perchè constatare che uomini e donne riescano a ad avere un buon lavoro e una famiglia nonostante le proprie difficoltà, non dovrebbe suscitare scalpore; di fatto però accade il contrario

Queste false credenze sedimentate nella nostra società hanno una radice culturale e sociale che non può cambiare nell’immediato. Indubbiamente, grazie all’attenzione mediatica che le Paraolimpiadi stanno avendo negli ultimi anni, si offre allo spettatore la possibilità di osservare come questi sportivi siano in grado di compiere delle gesta atletiche di alto livello esattamente come farebbero i loro colleghi normodotati. La speranza è che, col passare del tempo, il pubblico percepisca questo tipo di manifestazioni nella giusta misura, ovvero senza distacco ma neanche con sgomento; solo allora si potrà affermare che il cambiamento culturale tanto atteso sarà finalmente compiuto.

Se e quando tale ribaltamento di prospettive troverà la sua concretezza sarà l’intera categoria delle persone disabili a beneficiarne, in quanto questa caratteristica diverrà un loro normale segno distintivo del quale non bisogna avere timore. Solo così chiunque verrà considerato in futuro per quello che è realmente e non per ciò che “appare”. Certo la strada da percorrere è ancora lunga, ma sicuramente le Paralimpiadi, grazie al richiamo mediatico che suscitano, costituiscono un buon punto di partenza.

Andrea De Chiara