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La riabilitazione è sport, terapia fisica e dello spirito

31/01/2019 - AUTORE: Floriana Salvagione

Sappiamo quanto conta il movimento, la terapia a tutti i livelli di disabilità, se questa necessità incontra lo sport, lega tutto il nostro paese. Oggi parliamo del basket in carrozzina e di un’ esperienza che aiuta i disabili a stare in gruppo e ad amare lo sport. Stiamo parlando del Candido junior Camp OSO, una manifestazione in ricordo del grande giornalista sportivo Candido Cannavò, che amava lo sport e si occupava anche di disabilità, per questo motivo ha scritto un libro dal titolo:  E li chiamano disabili,” di cui vi ho già parlato in un precedente articolo. Cannavò inoltre, è stato direttore della Gazzetta dello Sport per molti anni. Ora è il figlio che porta avanti questo progetto, la Fondazione Cannavò è  nata per promuovere lo sport. Alessandro, il figlio del giornalista, aveva partecipato nel 2017 alla seconda  edizione della manifestazione a Livigno. Il progetto è nato, in collaborazione con la Briatea84 Cantù. Un importante società polisportiva che in serie A, ha una squadra di basket in carrozzina. Essa è una società Lombarda, si occupa di avviare molti disabili anche in vari sport: calcio, atletica, e nuoto, tutto ciò ha fatto in modo che si creasse un nome nel mondo paraolimpico. L’associazione ha anche l’appoggio di importanti sponsor, il loro scopo principale è creare un’altra mentalità, un' idea di riabilitazione più sofisticata. Per arrivare ai livelli di oggi, ci sono voluti 35 anni, mentre nel 2015 è nata l’idea del camp. Il Cmp Junior Cannavò OSO, è una vacanza completamente gratuita, perché pagata dagli sponsor. La Fondazione Vodafone, paga questa vacanza, gli ospiti di questo camp sono tutti disabili, possono partecipare fino all’ età di 22 anni, si gioca a basket ma non solo... Molti ragazzi, riescono a fare per la prima volta una vacanza senza famiglia, anche se solo per qualche giorno. In quest’ esperienza, i ragazzi conosceranno anche il luogo che gli ospita, esso è itinerante in quanto non è mai lo stesso. Tutti li operatori ed i volontari con l’intero staff che sono coinvolti nell’ esperienza del camp, sono in grado  prendersi cura di tutte le esigenze di queste persone.  Le giornate, scorrono fra partite e vita di gruppo, l’età per poter far parte di questi camp va dagli 8 anni fino ai 22 anni. Questo é un’ ambiente, dove possono nascere anche importanti legami d’amicizia. Alfredo Marson, presidente della Briantea84 Cantù. Lui afferma"Quando siamo partiti, avevamo molte incertezze e paure, ma grazie al lavoro di tutti oggi possiamo piantare un’ altra bandiera a Reggio Calabria. Essa é stata la tappa natalizia, poi con il progetto, si ripartirà in estate, ripercorrerndo la penisola da Sud a Nord. Una nuova destinazione è gia programmata, si fermerà a Salerno, dopo aver già toccato in passato: Livigno, Firenze, Catania e Porto Torres. Nella nostra permanenza a Reggio Calabria, è accaduto un fatto singolare ed importante… C'è stato il passa parola, che dimostra quanto quest’iniziativa  ha lasciato attorno a sé valori positivi, chi ha già partecipato, racconta l'esperienza e porta altri amici. Ora parliamo dei patner, che insieme permettono di portare avanti quest’esperienza:
•Federazione Italiana basket in carrozzina 
•Fondazione Candido Cannavò per lo sport 
Associazione Spina Bifida Italia •Gazzetta dello sport  •Fondazione Vodafone. Esiste una piattaforma digitale O S O ( Ogni Sport Oltre)  l’idea é creare una comunità digitale, dove raccontare tutte le iniziative e le idee. Mettendo insieme tutti i ragazzi, disabili e non, tutti possono partecipare a loro modo: allenatori, famiglie, coloro che vogliono dare una mano. In questa tappa di Reggio Calabria, va ricordato l’ impegno di Antonio Cugliandro, allenatore della squadra di basket in carrozzina della città che li ospita. In questa occasione, loro hanno curato la parte logistica del camp, Cugliandro, ha portato sul parquet, storie estreme, raccontiamone qualcuna: Daouda, un ragazzo senegalese arrivato a Reggio Calabria, tramite gli sbarchi frequenti, aveva una gamba ferita da un'arma da fuoco. Il pericolo di vita in mare, è il proiettile nella gamba. Queste sono già esperienze  traumatiche, ma come se non bastasse, arrivato in Italia, in ospedale hanno dovuto amputargli l'arto. Da premettere che questo ragazzo, è stato uno dei tanti minorenni arrivati da soli. Di tutta questa vicenda, venne informato Cugliandro, che oltre allo sport, è impegnato anche con la protezione civile. Così, lui decise di andare pian piano a trovare il ragazzo, in modo da costruire un rapporto di fiducia. In questo modo Daouda, ha partecipato al camp che si è svolto a Porto Torres. Nulla di meglio, per poter riacquistare fiducia nella vita e fare amicizia. In quest’occasione Daouda, si è ricordato di un suo amico Hassan Ibrahim,  proveniente dal Ghana. I due si erano conosciuti, in ospedale perché anche lui stava cercando di curare un cancro alla gamba, ma purtroppo anche ad Hassan, è toccata la stessa sorte, cioè i medici hanno dovuto amputargli la gamba. Grazie all’intervento del coach Cugliandro,  Hassan  oggi è entrato in un progetto che si chiama SPRAR. L'allenatore  Cugliandro, spera di farlo poi trasferire a Reggio Calabria, permettendogli così di entrare in squadra in modo da riunire i due amici. Ci sono storie più leggere, ma non per questo di minore importanza: come per esempio, c' è anche la storia di Francesca  Pagnotta, che ha solo dieci anni e vive a Soverato, per andare a Reggio Calabria a fare quest'esperienza, ha preparato la sua valigia scegliiendo i suoi abiti e non ha dimenticato i suoi trucchi, ed anche tutto ciò che serve per i capelli, visto che come tutte le ragazzine, tiene molto alla sua cura personale... Inoltre, per lei è  il suo primo viaggio senza la famiglia. Queste storie, che ho raccontato dimostrano: che l'esperienza legata al Camp Cannavò, non è soltanto un’evento sportivo, come può  sembrare a prima vista, ma è molto di più… Terapia a livello fisico, a livello di gruppo, perché in questo modo si esercita il confronto, ed in più si possono vivere le prime esperienze lontani dalla famiglia. Parla Franco Arturi, direttore della Fondazione Candido Cannavò per lo sport che afferma: " il mese di febbraio,sarà un mese importante, visto che ricorrono i dieci anni dalla morte di Cannavò. L'idea, e i suoi proggetti continuano e diventano sempre più grandi e questo ci inorgoglisce”. Sicuramente non sarà un anniversario pieno di sole parole di circostanza, se così tante persone nelle associazioni partner, nel volontariato e nel mondo aziendale, che investono i progetti x la disabilità, si sono messe in gioco sulle tracce di Candido, in modo da seminare giustizia e crescita sociale. Che non siano solo parole, lo dimostra la storia di Daouda, che dal Senegal e quindi francofono e Hassan dal Ghana anglofono, giocano a basket insieme e fra loro parlano in Italiano. A mio parere questo progetto dei Camp, è molto utile non solo a livello fisico, terapeutico, che è il motivo per cui è nato, ma nel tempo ha ampliato i suoi orizzonti, aiutando tutti i ragazzi a superare la disabilità e quindi a farne addirittura una forza. Nell’incontro con l’altro, se pur anche lui disabile, si ha la possibilità di confrontarsi con diverse realtà… Queste storie, una volta in campo, formano una squadra dimenticando le differenze fisiche, di pensiero e di razza. Chissà se si può copiare quest’esempio nella vita di tutti i giorni. 

Spunti da: http://invisibili.corriere.it/2019/01/08/il-candido-junior-camp-oso-ora-fa-canestro-al-sud-a-reggio-calabria-il-basket-in-carrozzina-e-una-comunita-senza-frontiere/

Floriana Salvagione