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La sindrome del dopo lockdown

La quarantena con le sue restrizioni si sta sempre più allentando. Da lunedì 18 maggio è possibile infatti rivedere i propri amici e non vi è più l’obbligo di avere a portata di mano l'autocertificazione, questo per quanto riguarda il proprio territorio. Insomma, per molti si torna a lavorare, si ricreano rapporti sociali e dobbiamo ammettere che per giorni non si aspettava altro. Eppure, ora che ci siamo, si presenta per tanti un vero e proprio paradosso: Ora, non me la sento più di uscire.

Si tratta di un mix di timori, di ansie e insicurezze che portano alla perdita del proprio obiettivo. Questa sofferenza viene definita dagli psicologi come sindrome della capanna o del prigioniero e fa riferimento a quelle persone che nel periodo di confinamento hanno trovato un loro equilibrio e non sentono più né il desiderio, né la necessità di uscire di casa.

Questa situazione è stata descritta per la prima volta agli inizi del 900 e faceva riferimento agli atteggiamenti dei ricercatori d'oro, costretti a passare mesi proprio nelle capanne. Quando si poteva uscire, si finiva col rifiutare categoricamente il contatto con la civiltà. La sindrome, studiata nel Nord America, manca purtroppo sia di letteratura che di un numero consistente di casi per poter avere dati certi. Tuttavia, numerosi pazienti hanno sviluppato le stesse ansie e le stesse paure del mondo esteriore dopo esser stati troppo a lungo in un presidio o ricoverati in ospedale. Oggi, pare che questa sindrome sia sempre più comune alla fine del lockdown, infatti vediamo come si preferisca continuare a rimanere nel proprio rifugio, come non si voglia più uscire da esso convinti di trovarsi al sicuro.

Ma la domanda che tutti ci poniamo è questa: siamo davanti a un malessere temporaneo o questa sindrome potrebbe durare ancora molto tempo?

Fortunatamente, a differenza di altre, quella della capanna è una sindrome che con il tempo tende a sparire o a diminuire con il normalizzarsi della situazione esterna o con l’adattamento, da parte della persona, alla nuova situazione. In ogni modo, nel caso in cui questo malessere o l’ansia di uscire di casa dovessero aumentare, rivolgiamoci sempre a uno specialista.

I nostri rifugi, le nostre case, dove tutto scorre sempre allo stesso modo, lontani da ogni virus e insicurezza, non ci permettono di avventurarci nel mondo, di crescere ancora, in una parola: di vivere. Ciò che aumenta è la paura del futuro, delle novità, di prendere nuove decisioni, si immaginano le cose peggiori, si ha paura di ogni genere di malattia e di conseguenza delle altre persone.

Una mia riflessione personale mi ha portato a fare un parallelo tra queste situazioni e ciò che tanti disabili e anziani vivono da sempre, prima ancora del Coronavirus. Effettivamente, per molte persone queste paure sono più forti e difficili da gestire. Pensiamo anche solo a un piccolo appartamento o a quando un ascensore smette di funzionare. Per alcuni significa una scomodità in più, per altri un autoconfinamento forzato e immotivato. Col tempo ci si abitua alle proprie quattro mura, a restare soli. La casa diventa un rifugio, un’armatura e inizi a convincerti del fatto che lì nessuno può farti sentire a disagio o fuori posto, da ciò inizia un triste autoisolamento volontario dalla vita stessa.

Eppure, dobbiamo andare avanti. Tutti. E tutti dobbiamo varcare il confine per tornare alla vita. Avere paura non è una cosa negativa, ci fa essere prudenti e ci porta a rispettare le norme di sicurezza e quindi gli altri. La paura non va forzata sennò ci paralizza, dobbiamo accettarla e superarla a piccole dosi. Prendiamo sempre le precauzioni necessarie, impariamo a differenziare la possibilità di una disgrazia da un’alta probabilità che questa avvenga davvero. Non minimizziamo le cose, ma non proteggiamoci neanche eccessivamente. Cerchiamo di avere più fiducia nel nostro buon senso e nel nostro personale sanitario, e ricordiamo che la maggior parte delle persone colpite dal virus lo ha superato con sintomi lievi.

Manteniamo un ambiente sereno in casa, ossia non carichiamo delle nostre ansie i nostri cari facendo provare loro le nostre paure. Proteggiamo i nostri cari e se abbiamo paura facciamoci aiutare senza andare nel panico.

Da ultimo, c’è anche un altro aspetto da tenere in considerazione. La nostra società è quella del fare e del produrre, e il lockdown ci ha obbligato a rallentare, a stare con le nostre famiglie e riscoprire la nostra casa. Tornare alla vita reale, quella caotica di tutti i giorni, non per tutti è la scelta ideale. Ma dobbiamo farci coraggio. 

Cambiamo prospettiva. Cerchiamo di vedere non soltanto il lato catastrofico di questa situazione. Rielaboriamo i pensieri in modi razionali ma positivi. Eliminiamo la negatività non restando chiusi in casa, dove le paure possono arrivare a diventare fobie, come ad esempio l’agorafobia. Piuttosto, affrontiamo il mondo pian pianino, giorno dopo giorno. Un giorno magari possiamo uscire nella via di casa, il giorno dopo provare a fare un giro dell’isolato, poi magari arrivare fino al parco comunale. Spingiamoci sempre più in là, ma con responsabilità, senza obbligarci e soprattutto rispettando le precauzioni per la sicurezza di tutti.

In questo tempo abbiamo compreso che non siamo invulnerabili anche se a volte ce ne dimentichiamo, ma questo ci aiuta, è importante ricordarselo per prendersi cura di sé stessi, di chi ci circonda e dell’ambiente in cui ci è stato donato di vivere. Ricordiamoci, infine, che la solidarietà è anch’essa molto importante. Viviamo in una società e dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri.

Questi mesi ci hanno cambiato e non torneremo indietro con un pulsante alla vita precedente. Sarà una nuova vita, ma per viverla dobbiamo rompere il guscio, dobbiamo aprire la porta della capanna e uscire. Facciamo attenzione alle paure, sono quelle a nascondere le nostre più grandi potenzialità.

La nostra casa ci aspetterà, la vita no. Lei scorre in fretta e non aspetta mai.

Margherita Rastiello