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Stanziati 71,5 milioni di euro per combattere l’epatite C 

C’è un emendamento che è stato approvato riguardante l’epatite C (HCV), in cui verranno stanziati 71,5 milioni di euro nel biennio 2020-2021, per lo screening gratuito per i nati nelle fasce d’età 1969-1989 e per le persone seguite dai Servizi Pubblici per Tossicodipendenze al fine di individuare i potenziali malati di epatite C, per l’HCV.

È un qualcosa di buono, in generale per la sanità nazionale, dopo che si è capito che, con il coronavirus che ha creato e sta creando enormi problemi a livello nazionale, si deve investire di più nella sanità. Bisogna creare strutture dove non ci sono, potenziarne dove ci sono, creare screening gratuiti, dare sovvenzioni agli ospedali, perché bisogna prevenire il più possibile le morti per mancanza o scarsezza. E questo emendamento è un’ottima soluzione, infatti sarà possibile inserire nel nostro Servizio Sanitario Nazionale un programma di screening, facilitando l’accesso alle terapie innovative antivirali per i soggetti più a rischio di infezione per HCV.

L’Italia, che se ne dica spesso e lo abbiamo visto in questo triste e complesso periodo, vanta numerose eccellenze in campo medico e persone dedite al lavoro che rischiano anche la loro vita, ma c’è troppa disomogeneità sul territorio e anche se a volte non ci sono strumenti efficaci con sicurezza, attraverso l’introduzione degli screening e una buona preparazione, oltre che un’ottima prevenzione, è possibile accertare ed individuare le persone che hanno problemi, in questo caso di epatite C (HCV),  prima che l’evoluzione dell’infezione provochi danni e condizioni di salute più gravi  come tumori.
Ed è importante che venga attuato sia ad esempio a tossicodipendenti o carcerati, ma anche a immigrati, che rappresentano una componente numericamente sempre più rilevante della popolazione in Italia, pertanto l’intenzione sarà quella di coinvolgere i medici di Medicina Generale e le varie strutture ospedaliere, in modo tale che si possono attuare i test sui ricoverati e i pazienti ambulatoriali seguendo un protocollo che preveda poi l’avvio delle persone risultate positive ai centri di cura specializzati, coinvolgendo in una prima fase le persone nate nella fascia 1968-1987, poi quelle nate tra il 1948 e il 1967, demandando alle regioni la scelta di stabilire come procedere, cioè se procedere per chiamata  di nascita o attraverso modi differenti.

Ovviamente, in questo periodo di coronavirus tutto è rivolto a come debellare questa minaccia, ma non vuol dire che, parallelamente, non si potrà procedere a cominciare questo screening.

Alessandro Cavernicoli