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Rispettiamo i più deboli tra noi! Pensieri e riflessioni sul mondo della disabilità

28/08/2016 - AUTORE:

Ho incontrato nei giorni scorsi durante un convegno organizzato dall'Anmic sui temi della disabilità, il mio amico Frate Antonio da Bergamo che da tempo non vedevo.

Egli sa che da anni dono parte del mio tempo libero a questa Associazione che tutela le persone svantaggiate e quindi, dopo i convenevoli, con naturalezza ci siamo introdotti sull'argomento della disabilità.

Nel suo argomentare egli mi ha mostrato il punto di vista e le esperienze di un disabile forse inesistente, e tuttavia ho subito capito che quanto mi stava raccontando era frutto di alcune confidenze ricevute da persone disabili.

Ho qui trascritto il senso del colloquio, dando la voce al suo disabile immaginario.

Come ci chiamano.

Nel corso della storia umana si sono usate molte espressioni per definire le persone come noi: storpi, paralitici, zoppi, infermi, subnormali, ecc.

Sono solo parole, ma anche le parole possono aiutare o possono complicare, possono innalzare steccati o favorire il dialogo, possono creare amicizia e solidarietà o suscitare rabbia e ribellione, specialmente quando vengono usate non per valorizzare la persona o per far comprendere meglio una situazione, ma per disprezzare ed emarginare.

Qualche volta fermarsi a riflettere sulle parole può essere stimolante, perchè anche se viviamo nella società dell'immagine, la parola mantiene sempre la sua importanza.

Attualmente sono di moda due parole: handicappato e disabile.

La prima mi sembrava la migliore, anche se io non amo molto i termini stranieri, ma quando ho letto su una rivista l'origine di tale parola mi sono ritrovato a riderci sopra.

Handicap, è un termine usato dagli inglesi nelle corse dei cavalli, dove, per garantire una gara equa, ai cavalli migliori e più veloci vengono assegnati degli handicap (svantaggi), ossia partono dopo quelli ""normali"".

Se si prova a trasportare questo concetto nel campo umano, il risultato comico che se ne ricava è il seguente: forse che noi handicappati eravamo talmente ""superdotati"" che nella corsa della vita il buon Dio ha dovuto darci degli handicap per non far sfigurare i ""poveri normali""?

Per fortuna di tutti, gli uomini non sono cavalli e la vita non è (o almeno non dovrebbe essere) una competizione, ma un luogo in cui sognare e costruire il nostro futuro e dove nessuno è così handicappato da non aver nulla da donare, e nessuno e così normale da non aver bisogno degli altri.

L'espressione disabile mi appare quindi meno comica, maggiormente realistica e forse più gradita all'orecchio.

In fondo ogni persona possiede le proprie abilità e le proprie disabilità.

È vero , confrontandomi con gli altri io non so fare alcune cose e per questo vengo chiamato disabile: io sono disabile nel mangiare, nel linguaggio e nella deambulazione, ma mi chiedo allora, a mò di provocazione, perché non vengano etichettati disabili anche coloro che non sanno suonare il violino, coloro che non sanno disegnare o dipingere, coloro che non sanno nuotare, ecc.

Sicuramente ci sono delle abilità ""straordinarie"" che solo determinate persone possiedono e sviluppano, e delle abilità normali che la maggioranza delle persone possiede e che ci permettono di definire ciò che è normale.

Quindi, che cos'è la normalità?

A grandi linee può essere definita come la capacità di compiere i ""normali atti quotidiani"": mangiare, vestirsi, lavarsi, lavorare, passeggiare per la strada, curare i propri interessi.

Mi viene spontanea qui una prima riflessione: al giorno d'oggi il rinchiudersi in un ufficio ed usare un computer è un'attività lavorativa definita normale che può essere svolta egregiamente anche da una persona che non possieda particolari doti fisiche e neanche intellettive (tanto per sfatare anche il mondo dei computer).

Probabilmente poi la stessa persona che oggi è definita normale, non sarebbe in grado di cacciare con una rudimentale lancia, che era una normale attività della preistoria. Ciò per dire che il concetto di normalità è molto variabile e aleatorio.

Cosa significa essere disabili?

Rispondere ad una domanda del genere penso sia un'impresa ardua.

Innanzitutto è bene ricordare che come la categoria umana comprende gli uomini e le donne, gli alti e i piccoli, i belli e i brutti, gli introversi e gli estroversi e via dicendo, anche nella categoria dei disabili ci sono una ""varietà infinita di casi"". Chiunque abbia incontrato più persone disabili, sa che, grosso modo, tale categoria può essere suddivisa in tre gruppi: disabili fisici, disabili a livello intellettivo, e persone che presentano insieme disabilità sia fisiche che psichiche.

Inoltre in ogni singola persona queste disabilità si presentano in gradi e modalità diverse, per cui anche ogni disabile, come ogni persona su questa terra, è unico e originale, spesso anche nel proprio handicap.

Disabili di serie A e di serie B ?

Comunque è giusto ammettere che anche tra i disabili esistono i disabili di serie A e quelli di serie B.

Io ad esempio sono un disabile fisico, ho una vita molto piena e ricca: leggo, uso il computer, sono inserito in parrocchia, in oratorio, nelle varie realtà del paese. Ho sempre incontrato persone che mi hanno dato una mano e mi apprezzano come persona.

E penso che gli handicappati fisici siano quelli privilegiati, quelli che in qualche modo, hanno ricevuto i posti migliori nell'universo della disabilità.

A volte io mi sento persino sopravvalutato e ciò mi capita quando leggo sul volto delle persone che incontro lo stupore e la meraviglia, forse perché c'è il pregiudizio che uno che cammina male o non cammina affatto, che ha dei movimenti incontrollati o che emette suoni non proprio angelici dalla propria bocca, sia per forza anche un mezzo deficiente mentale. Quando tale pregiudizio è abbattuto dalla realtà, ecco che subentra l'ammirazione, l'apprezzamento e a volte, a mio avviso, anche la sopravvalutazione delle capacità.

Quelli che, invece, si trovano ancora in una situazione di emarginazione, quelli che non suscitano ammirato stupore, quelli che anche nelle scuole vengono ""sopportati"" perché lo impone la legge sull'inserimento scolastico, sono gli handicappati psichici.

Di essi io non posso dire molto e anzi devo confessare che anch'io spesso mi sento molto a disagio nel dialogo con una persona con problemi mentali.

Però è certo che anch'essi sono persone con le proprie potenzialità, con la propria voglia di vivere, e con le quali si possono costruire delle belle amicizie.

Spesso mi è capitato di sentire, da parte delle persone cosiddette normali, che un handicap mentale è preferibile a quello fisico, in quanto la persona che non capisce, per usare un'espressione popolare, non si rende conto della propria situazione e quindi soffre di meno di una persona che fisicamente è impedita ma si rende perfettamente conto di ciò che gli altri fanno e che lui non potrà mai fare. Personalmente mi trovo in totale disaccordo con tale affermazione, prima di tutto per esperienza personale perchè è vero che a volte si soffre per quello che non si può fare, ma è altrettanto vero e molto bello avere la piena consapevolezza delle molte cose che si possono fare, delle proprie risorse interiori e dei propri limiti.

Inoltre anche l'handicap psichico non corrisponde per forza con l'inconsapevolezza e perciò anche se una persona non ""ragiona al cento per cento"" (in base a quali canoni di normalità poi non si sa), penso che non sia assolutamente immune dalla sofferenza.

Ritornando alla domanda iniziale: ""Cosa significa essere disabili?"", posso tentare una risposta del tutto personale proponendo un paragone.

Per me vedere un ragazzo che corre in scioltezza e in piena libertà, oppure guardare una persona seduta a tavola che con estrema semplicità e disinvoltura manovra con delicatezza forchetta e coltello, è simile all'ammirazione e allo stupore che una persona ""normale"" può provare nel vedere al circo un individuo che cammina e danza su una corda sospesa in aria, o le dita di un pianista che saltellano sui tasti di un pianoforte creando una stupenda melodia. Per il pianista è normale suonare il pianoforte, per il funambolo è normale camminare su una corda, per quasi tutti è normale saper usare forchetta e coltello a tavola.

Per me, che fin dalla nascita mi trovo in questa condizione e perciò non conosco ""altre normalità"", è normale muovermi male, parlare con difficoltà, ecc.

Per me, in un certo senso, è normale essere disabile.

Io ritengo che la normalità posseduta dalla maggioranza delle persone non possa diventare l'unico modello di normalità, ma ognuno deve imparare a vivere con la propria normalità e ad interagire con quella altrui, che non è una anormalità o una disabilità, bensì semplicemente una normalità diversa.

 

Fonte: http://restingaleracaino.blogspot.com/2011/03/disabilita-e-normalita.html