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Donne e Disabili: discriminate due volte da chi si crede più forte

09/12/2018 - AUTORE: Flora Iannaci

La violenza di genere, quasi sempre perpetrata ai danni di donne di tutte le età, è un argomento sempre attuale ed una piaga ancora tutt’altro che insoluta nel nostro Paese. La donna, colpevole soltanto di essere stata etichettata sin dal Medioevo come “sesso debole” – in virtù di una minore forza fisica e di una sospettata minore intelligenza rispetto all’uomo (causata, in realtà, soltanto dal fatto che per secoli le è stato precluso l’accesso alla cultura e, quindi, la capacità di accrescere le proprie conoscenze e sviluppare le proprie capacità intellettive), rimane ancora oggi la principale vittima di violenze, fisiche e psicologiche, da parte di uomini a lei vicini.
Ma qual è la considerazione che la nostra società ha della donna quando quest’ultima è anche disabile? In una società condizionata da stereotipi della bellezza femminile, le donne con disabilità sono viste come fallite e sono esposte a umilianti atteggiamenti di paura, commiserazione, compassione, pietà e intolleranza. Inoltre, il loro desiderio di maternità e, quindi, di una gravidanza è molte volte ostacolato a causa del pregiudizio comune che la crede non adatta a crescere né ad educare un figlio a causa delle proprie limitazioni. Ciò che c’è di più triste è che nessuno sembra intravedere nulla di sbagliato in tutto ciò: ad oggi, infatti, non esiste alcun piano di protezione specifico verso questa categoria di persone. Eppure, secondo le ultime statistiche, le donne italiane con una qualche forma di handicap sarebbero circa un milione e 700mila. A loro è spesso precluso anche l’accesso al mondo del lavoro: ce lo rivelano i dati ISTAT, secondo i quali le donne con disabilità che sono anche lavoratrici sarebbero appena il 35,1%, contro il 52% degli uomini nelle loro stesse condizioni. Altri dati rivelano inoltre che il rischio di essere stuprata è più che doppio per donne e ragazze disabili: il 10 per cento contro il 4,7 per cento delle donne che non hanno limitazioni, come pure quello di subire stalking. Si tratta di donne di serie B, alle quali molte opportunità sono negate e che corrono certamente molti più rischi in virtù della loro debolezza ed –in alcuni casi – più facile circonvenzione. Meri oggetti da poter manipolare, pesi che chi le circonda deve sopportare, e spesso preferisce farlo nell’ombra, nascondendole e maltrattandole; proprio come la tradizione medievale insegna.
Personalmente, non nego che in quanto giovane donna con disabilità, dover essere io a leggere e riportare simili dati mi fa un certo effetto: ho una limitazione fisica grave, per convivere con la quale ma senza farmi schiacciare, spesso, ho dovuto faticare e sgomitare. Ho un diploma, una laurea e posso ammettere di rientrare in quel 35% di italiane con disabilità che ha un lavoro, e che lo ha ottenuto per merito. Se ho bisogno di un qualunque oggetto che migliori la mia quotidianità, posso comprarlo l’indomani stesso, grazie all’indipendenza economica ottenuta. So bene, però, che è un lusso che non tutte possono permettersi, e c’è chi deve affidarsi ad uno Stato che passa solo ciò che vuole e quando vuole. Sono originaria di un paesino siciliano, di famiglia con mentalità un po’ chiusa e timorosa: ho dovuto raggiungere i miei traguardi pressoché da sola. Ma che ne è di chi non ha la mia stessa forza d’animo o ha patologie molto più invalidanti? Penso, in particolare, a quelle mentali. Spesso a tradirle sono proprio i “loro uomini”: padri, fratelli, mariti; gli unici che avrebbero dovuto e potuto proteggerle. E loro accettano passivamente ogni tipo di sopruso. D’altronde, a che serve ribellarsi, a che serve chiedere aiuto se tutti si voltano dall’altra parte è nessuno è disposto a rispondere al tuo appello disperato?
Noi speriamo e ci auguriamo sempre che nel prossimo futuro cambi davvero qualcosa, che la voce timida di ognuna di noi trovi orecchie pronte ad ascoltarla e che qualcuno, prima o poi, sollevi la propria mano non più per picchiarci, ma, finalmente, per accarezzarci come meritiamo.


Flora Iannaci