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Il maestro disegna le parole nell’aria. E tutta la classe parla la lingua dei segni

28/02/2019 - AUTORE: Renato Coppini

Ventinove anni, di Bergamo, mamma Antonia e papà Ivano sono entrambi sordi, genitori attenti a comunicare da subito con lui e suo fratello sia con la lingua parlata sia con quella dei segni: «Sono un “Coda”, acronimo di “Children of deaf adults”, figlio udente con genitori sordi - spiega -. Sono cresciuto bilingue e ho capito il valore aggiunto della Lis, ponte comunicativo nella quotidianità». Tanto che Luca, quei segni imparati, pur usando sempre la parola «verbalizzata» con la voce, li rende un mestiere: «Già a 13 anni capisco che sono l’essenza del mio essere comunicatore. Con i sordi, ma anche con chi ci sente benissimo». E Luca lo dice subito, davanti a quel caffè: «Per favore, smettiamola di dire non-udenti - esordisce -. Queste negazioni nei termini sono i veri muri della comunicazione». Si dice sordi e Luca lo capisce meglio a 18 anni: «Ho questo valore aggiunto, la Lingua dei segni italiana, e mi chiedo come valorizzarla. Mi affidano Edo: aveva 5 anni, i suoi genitori sono udenti. Gli ho insegnato la Lis e ho capito che quello era il mio progetto di vita».
Luca frequenta i corsi di Lis dell’Ente nazionale dei sordi di Brescia e Milano e partecipa anche al corso per assistente alla comunicazione a Bergamo. «Ora sto terminando anche quello di interprete della lingua dei segni e nel frattempo lavoro come tecnico dei servizi sociali». Cinque anni fa inizia così a lavorare nelle scuole, contattato quando una famiglia di bambino sordo fa richiesta alla Commissione Ats per avere in classe un assistente alla comunicazione. «Diventi così il ponte tra il bambino e la classe, le insegnanti, il mondo scolastico». Ma soprattutto: «Aiuti i bambini a comunicare con il bambino sordo, apri un squarcio nel silenzio, nei timori, anche nella paura spesso di sbagliare».
Perchè la sordità non è per forza diversità, se c’è una lingua che fa comunicare. La sordità diventa scintilla che innesca la valorizzazione dell’altro, delle relazioni, dell’attenzione: «A 25 anni sono entrato nella prima classe e ora non lascerò più questo progetto - sorride -. In Italia un bambino su mille nasce sordo e se nasce da una famiglia udente spesso le fatiche sono maggiori, perchè i genitori puntano subito alla lingua parlata, a quello che è la normalità codificata. Ci sono quindi le aspettative della famiglia e le fatiche del bambino che deve imparare una lingua che gli permetta di dare un senso alle sue parole. Io entro in classe per tradurre quel senso con il resto del mondo, perchè i bambini udenti non hanno gli strumenti per interagire con l’altro, che per loro è “diverso”. E spesso hanno timore di non riuscire a comunicare anche se vorrebbero, perchè non sanno da dove partire. Allora si isolano dal bambino sordo e, di conseguenza, lo isolano». […]
I segni diventano quindi una risorsa, proprio come il bambino sordo che in classe ha permesso la presenza dell’assistente alla comunicazione. «Una richiesta desiderata fortemente, voluta a gran voce» dice la mamma di Maria. «Perchè la Lis anima le parole e favorisce una più chiara e ampia comprensione a tutti: aiuta ad interpretare ciò che si legge e ascolta» commentano i docenti di Amelia. E i bambini? «Tornano a casa e trasmettono i nuovi segni alla famiglia, raccontano la nuova avventura». E raccontano anche la storia di Luca, delle sue mani grandi, «strumenti del mestiere»: «I ragazzi fanno domande, continuamente, e chiedono di imparare parole sempre nuove» dice lui. La domanda più frequente? «Come si dice giocare, ma anche come si trasformano le emozioni in segni: la tristezza, la felicità, l’amore». Poi lo spirito ribelle : «Me l’ha detto una volta un ragazzino: con la Lis posso parlare anche facendo silenzio». Meglio di così in una scuola che spesso è regole e numeri. «Così si possono stravolgere questi paradigmi, si impara a comunicare con gli occhi». Intensi: «La vita si arricchisce di esperienza, che è fatta di diversità e accoglienza - continua Luca -. Il nostro sguardo, le nostre mani, sono gli interruttori che accendono le cose, le emozioni, le relazioni».
E un po’ ha ragione lui: non ci si guarda più negli occhi, troppo presi da altro, da altri schermi, da vite frenetiche. Anche da bambini. Luca si ferma, nel silenzio di un’aula: riparte dallo sguardo, fissa i ragazzi con quegli occhi nocciola e mostra la lettera A: «Fatta a pugno, portando il pugno alla guancia, battendola due volte, diventa mamma. Il pugno ricorda la testa di una madre, l’avambraccio il suo corpo». Braccio che accoglie, così come questa lingua che a scuola è filo conduttore di processi di integrazione. Di aprirsi all’altro, perchè l’incontro è questo, contagioso attimo di vita: anche così quelle spugne di bambini ne scopriranno tutta la bellezza. «E magari vorranno continuare a coltivare questa nuova lingua, per nuove relazioni, un diverso punto di vista con cui interpretare la vita». Poi Luca sorride: «Mi chiedono sempre anche che lavoro faccio: i ragazzi non lo capiscono subito». Lui la risposta ce l’ha pronta. E la dice con i segni: «Io faccio vivere le parole».
FONTE: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Cronaca/il-maestro-disegna-le-parole-nellariae-tutta-la-classe-parla-la-lingua-dei-segn_1303455_11/?src=newsletter&utm_source=email&utm_medium=dailyNL.informativi.eco.mattino&utm_campaign=RassegnaStampa