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Nel nome dell'amore (Quarta parte)

Cari amici, il mio desiderio sarebbe quello di pubblicare il mio racconto in un piccolo volume. Spero di riuscirci, e quelli di voi interessati potranno allora leggerne le tre parti che seguono a questa e giungere alla conclusione. Grazie. (Auguriamo a Milena di realizzare questo suo desiderio tanto meritato, lanciamo a questo proposito un appello a chi interessato di contattare noi o Milena, grazie. Renè)

cuore_copy_copy_copy_copy_copy_copy_copy_copyNon riesco ad immaginare come sarai. Se provo a pensare a te vedo tuo padre bambino che sorride raggiante in sella ad una motocicletta troppo grande per lui in una fotografia in bianco e nero.

Adoro quella fotografia, come tutte le altre che ho di lui, con e senza di me: il suo sguardo studiatamente tenebroso ad uso dell'obbiettivo mentre stringe una sigaretta fra le labbra, i capelli lucidi di brillantina come in un film degli anni Sessanta, quando aveva appena sedici anni; un tenero bacio immortalato dall'autoscatto nel giardino vicino a casa mia, uno dei primi baci in cui era già scritto che saremmo diventati i tuoi genitori, se qualcuno non si fosse divertito ad inserire una crudele variazione nelle pagine che narrano la nostra storia; lui col berretto da baseball e il guantone che aveva quando era piccolo indossati per puro gusto scenografico; fino alle foto del nostro matrimonio che lo vedono con la cravatta, che ha sempre detestato.

Le amo tutte, e sono ricordi da cui mi sento incapace di separarmi, come da quelli che ho chiusi nel cuore; ma la foto di lui bambino sulla motocicletta è la mia preferita, forse perché è l'unica che ho della sua infanzia, forse perché mi piacciono le motociclette, oltre al sorriso dello splendido bambino che è diventato mio marito, o forse perché mi testimonia che lui esisteva già molto prima che ci incontrassimo, che è esistito sempre e non c'è stato un solo giorno della mia vita che non sia stata legata alla sua, anche se inconsapevolmente.

Mangiavamo, dormivamo, andavamo a scuola, respiravamo insieme ignari l'una dell'altro, molto prima che il destino ci unisse, nella vita e nella morte, ed è una sensazione meravigliosa e unica.

Il miglior augurio che mi senta di farti è di assomigliare a tuo padre, il cuore più grande che abbia mai fatto ascoltare il suo palpito sulla Terra, tanto che credo di essermi innamorata di lui per questo immenso dono che recava con sé, qualcosa che ai miei occhi lo poneva sulle vette più alte del Paradiso dantesco.

E adesso che non posso sentir battere il suo cuore se non dentro al mio il dolore e l'amore sono le mie due metà del cielo, oltre al quale c'è solo il nulla.

Ricordo la prima volta che ho accolto in me il suo amore come un dolore dolcissimo, spazzando via ogni disagio e ogni zona d'ombra nell'attimo in cui ho sentito le nostre anime diventare una cosa sola e ho capito che non sarei più stata una bambina.

In lui non vi era traccia di aggressività, definirlo aggressivo sarebbe stato come privare una rosa del suo naturale profumo attribuendole un cattivo odore, e mi domando se il meraviglioso giorno in cui è nato non sia stato baciato sulla fronte da due labbra divine.

Di certo quel giorno è successo qualcosa che ha reso la mia vita migliore, anche se solo per un breve periodo della durata di un sogno.

Leggendo le mie parole, forse mi accuserai di aver vissuto sulle nuvole perdendo totalmente il senso della realtà; ma la vita con tuo padre è stata una splendida fiaba per cui la cruda realtà ha scelto un finale tragico, facendomi precipitare in un attimo dal Paradiso all'Inferno.

Quando non è una morte improvvisa a determinarlo vi è forse più poesia nell'addio che nell'incontro, perché l'addio lascia intendere che la storia è già stata scritta, che tutto si è già compiuto ed è pronto per imprimersi nel cuore sotto forma di ricordo.

A noi è stata tolta ogni poesia, ma adesso io sto tentando di ritrovarla, anche ispirata dalla tua presenza, perché non vada persa mai più.

Avrei voluto che tuo padre non morisse mai, e qualche volta glielo dicevo, nei nostri momenti di tenerezza, ma lui è morto.

Il mio amore non è riuscito a salvarlo, ma nonostante questo non riesco a smettere di credere nella sua forza, e sento che continuando a scrivere posso darle voce, anche se farlo può avere senso solo per me.

Mi accorgo di rischiare spesso di dimenticare che sto rivolgendomi a te, ma i pensieri hanno ormai preso il loro corso e non riesco a fermarli.

Sento che ti farei torto imponendo al cuore di tacere, e lo farei alla memoria di tuo padre, che soltanto nella memoria può continuare a vivere.

Il ricordo è la chiave per renderlo immortale, così come lo è per immortalare ogni cosa.

Niente scompare davvero finché esiste il ricordo, e io voglio cercare di tramutare il mio peggiore tormento nella mia opera più bella dopo di te.

Non so se ci riuscirò, ma voglio tentare per credere che non sia tutto perduto, non ancora.

E' un regalo per te, per tuo padre e per tutte le persone che ho amato, e mi piacerebbe tradurlo in melodia perché potesse arrivare dovunque, superando ogni barriera col suo dolce canto.

Sto scrivendo parole che forse finirò per cancellare prima di avergli dato un senso, di aver trovato per loro la giusta direzione; ma la speranza che tu possa un giorno considerarle come il primo dono di tua madre che ti adora non mi permette di abbandonare il mio proposito.

No, non smetterò di scrivere. Non almeno finché il mio cuore non avrà concluso il suo discorso, che sia egli meritevole di applausi o di fischi, perché nella vita ho già avuto timore di parlare troppe volte, paradossalmente ancor più quando era l'amore a suggerirmi le parole.

Ho sempre vissuto sospesa su una soglia, con la paura che se l'avessi superata sarebbe successo il finimondo, ma adesso non ho più paura, perché ho già assistito alla morte e alla rinascita del mio universo.

E se parlo è solo per amore, come ogni cosa che ho fatto fino ad ora è stata motivata solo da questo.

Non credo sia sbagliato lasciare che le emozioni buone prendano il sopravvento, se si riesce a non perdere mai il contatto con la realtà, perché così esse faranno sempre da antidoto al dolore rendendolo quanto meno sopportabile.

Io lo sto provando adesso grazie a te, piccolo miracolo per il quale la mia anima è risorta, mentre sento la rabbia scivolarmi via di dosso come il sapone sulla pelle lavato dall'acqua.

Se si potessero studiare i sentimenti come una branca della medicina, vedremmo probabilmente che talvolta essi si ammalano e necessitano di cure.

La rabbia scaturita dal dolore è per loro il male più grave, quello che più di ogni altra cosa ne mette a repentaglio l'esistenza.

Il mio amore per tuo padre non aveva mai corso tale pericolo fino alla sua tragica scomparsa.

Non che abbia smesso di amarlo: il mio amore per lui cresce nel dolore come il fiore di Loto nel fango, ma la prima cosa che mi viene in mente quando lo penso è che è morto, non che ha vissuto.

La sua vita mi è stata strappata facendomi sentire defraudata anche della mia, e fatico a ricomporne i pezzi; ma adesso che tu stai crescendo dentro di me c'è sempre meno spazio per il dolore che cancella la memoria delle cose belle.

Guardo la fede che porto al dito e mi sento come avessi appena lasciato l'altare, poi la consapevolezza di essere vedova mi raggela.

Non la toglierò mai, la fede. La porterò fino alla morte, per non permettermi di dimenticare anche solo per un attimo di avere amato tuo padre, la luce più splendente che abbia mai illuminato i miei occhi e il mio mondo.

Milena Giovannini

 

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