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La biblioteca fantastica

libri_diddlQuel pomeriggio mi trovavo a passeggiare per le vie del centro da sola, a tempo perso, senza meta.

Strada facendo mi fermavo a guardare le vetrine dei negozi, mentre immaginavo con la mia fervida fantasia che i manichini messi lì per mostrare i vestiti prendessero vita e mettessero sottosopra la città. Pensai che sarebbe stata una buona idea per un racconto fantastico, e la mia mente stava già tessendo una bozza di trama quando cominciò a cadere una fitta pioggerellina autunnale, seguita dal rumore ancora lontano di un tuono che annunciava l’arrivo di un temporale.

Mi strinsi nella giacca per il freddo e iniziai a camminare speditamente verso casa.

La pioggia andava via via intensificandosi e in pochi istanti divenne un acquazzone, allora decisi di trovare un momentaneo riparo. Andai in biblioteca, dove ero solita recarmi in giornate come quella e fui subito ristorata dal tepore accogliente del luogo che mi era ormai familiare.

Guardai la pendola che in quel momento batteva le cinque.

Oltrepassai la sala riguardante la sezione delle materie di studio e raggiunsi quella di narrativa, provando come sempre un certo fascino all’idea di trovarmi circondata dalla grande letteratura in cui vedevo racchiusa la più alta espressione del genio umano.

Passai in rassegna alcuni volumi e presi da uno scaffale una copia de “Le avventure di Oliver Twist,” da cui tolsi uno strato di polvere.

La cupa atmosfera londinese che accoglieva le vicende dell’orfanello di Dickens mi avvolse immediatamente: come sempre accadeva quando ero particolarmente attratta da una lettura cancellai ciò che mi stava intorno e rimasi sola con il libro, rapita dalla narrazione impeccabile dell’autore tanto da perdere completamente la nozione del tempo e del luogo.

Avevo quasi finito il libro quando il rumore di qualcosa che batteva ripetutamente sul pavimento con un tonfo secco mi riscosse. Alzai lo sguardo e vidi un uomo dall’aspetto austero e il portamento eretto; aveva la barba ed era vestito in modo singolare, con un cilindro nero in testa e indosso una palandrana dello stesso colore.

Pensai di avere un’allucinazione, poiché quella figura appariva totalmente fuori dalla realtà presente, poi notai che l’individuo era privo della gamba sinistra, sostituita da una specie di arto in avorio, e questo spiegava il rumore.

Avevo la strana sensazione di aver già visto quell’uomo; la sua aria mi era vagamente familiare, ma non mi rendevo conto se si trattasse di un’immagine reale o se fosse solo uno scherzo della mia fantasia. Cercai di scacciare la visione convincendomi che doveva trattarsi di questo e continuai a leggere, ma ad un tratto egli parlò e disse: “Senti ragazzina, hai visto per caso Moby Dick, la balena bianca?”

Non potevo aver sentito bene, dovevo aver confuso le sue parole: o ero impazzita o mi trovavo davanti al Capitano Achab in carne ed ossa, l’affascinante personaggio nato dalla penna di Melville Non c’erano alternative: chi altro poteva cercare Moby Dick, se non lui? Adesso mi era chiara l’impressione di conoscerlo!

La situazione si faceva sempre più paradossale, ai limiti dell’impossibile, ma se io non stavo diventando matta prevedevo che si sarebbe rivelata molto interessante.

Lo stupore iniziale aveva subito lasciato spazio ad una piacevole sensazione, dato che quell’assurda situazione era in un certo modo divertente. Ero lì col Capitano Achab in persona, eternamente ossessionato dall’idea di uccidere la celebre balena bianca che gli aveva mangiato la gamba altrettanto celebre.

“Devo trovare quel maledetto mostro” diceva, e a me venne in mente di dirgli che lo stava cercando nel posto sbagliato, ma poi pensai che non aveva senso. Del resto niente aveva senso, in quel momento. Guardavo il leggendario Capitano che si rivolgeva all’inesistente Moby Dick come se l’avesse avuta davanti, accecato dal furore che lo rendeva folle, e non riuscivo a credere a quello che vedevo. Egli parlava all’immaginario equipaggio del Pequod, o per meglio dire gridava, dando l’ordine di tenere gli occhi bene aperti sulla balena bianca, quando improvvisamente una vocetta infantile lo interruppe, dicendo: “Buon giorno, Capitano. Senta, lei che sta cercando la balena bianca, ha mica visto il Pescecane che ha inghiottito il mio babbo?”

Riconobbi subito quella frase che avevo letto e sentito narrare tante volte e rimasi sempre più incredula, ormai convinta di avere le allucinazioni, ma anche divertita nel vedere Pinocchio conversare col Capitano Achab. Sì, era proprio lui, il burattino di legno più famoso di tutti i tempi creato da Collodi, col suo vestitino di carta e l’abecedario sotto il braccio.

 

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