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La biblioteca fantastica (seconda parte)

libri_diddl_copy_copy_copy_copyNon avendo ricevuto risposta dal Capitano, troppo preso dalla sua caccia a Moby Dick e dal suo odio, Pinocchio si rivolse a me chiedendomi se avessi visto il Pescecane che aveva inghiottito suo padre. Naturalmente la mia risposta fu negativa come lo era stata per il Capitano.

Quello che stava accadendo appariva talmente incredibile che quasi senza accorgermene cominciai a ridere. Risi come non avevo mai fatto in vita mia, finché una voce di sconosciuta provenienza mi ammonì: “Non è permesso ridere nel territorio della Regina senza il suo consenso: qui non si può fare niente senza il consenso della Regina.”

Mi guardai intorno per capire chi avesse parlato poiché non si trattava di Pinocchio né del Capitano e dopo un po’ vidi un coniglio che mordicchiava una carota, con un grande orologio appeso al taschino, fermo sulle cinque. Lo riconobbi presto come il Coniglio Bianco di Alice, direttamente dal Paese delle Meraviglie...

“Vorrei fermarmi per il tè ma sono già in ritardo e la Regina si arrabbierà” mi disse il Coniglio, come per giustificarsi di qualcosa che non gli avevo chiesto.

Mentre stava già andando via Pinocchio lo chiamò per domandargli se avesse visto il Pescecane e la risposta fu alquanto scontata: “Questo è territorio della Regina: qui non c’è niente che Ella non voglia.”

Pinocchio si arrese ma non il Capitano che disse, reso testardo dal suo accecante furore: “Non c’è nemmeno Moby Dick, la balena bianca?!”

Ma ricevette la risposta conosciuta per cui esclamò, seccato: “Al diavolo! Lo sbatto in pentola quel coniglio!”

Il Coniglio, che pareva non aver sentito, andava avanti imperterrito nel suo delirio: “Questo territorio appartiene alla Regina.”

“Chi lo ha detto?” si udì allora improvvisamente. Cercai con lo sguardo il proprietario della nuova voce e vidi un ragazzino seguito da un gruppo di coetanei, tutti sui tredici quattordici anni, sbucati dal nulla come gli altri. Pensavo a chi potessero essere e una frase del ragazzo mi diede un indizio: “Questo è il NOSTRO territorio e siamo pronti a difenderlo con ogni mezzo, a qualunque costo.” Fece una pausa poi disse ancora, rivolto ai compagni: “Dico bene ragazzi?”

Alla domanda seguì un coro di voci eccitate in un’esplosione di esclamazioni come “Giusto Capo! e “Il Generale ha ragione, dobbiamo difendere il nostro territorio!”

Riconobbi allora senza alcuna ombra di dubbio il Generale Boka e i suoi, su tutti il Soldato Semplice Nemecsek, che si sarebbe fatto ammazzare per difendere il territorio…

Avevo di fronte i famosi ragazzi della via Pàl, dei quali tanto avevo apprezzato le gesta leggendo il libro, e non ero sorpresa, poiché mi stavo ormai abituando a fare la conoscenza di celebri personaggi letterari in quella giornata straordinaria.

Stavo già pregustando una spassosa battaglia di bombe fatte di terra contro le sventurate guardie della Regina di Cuori, che poi erano solo un insignificante mazzo di carte da gioco, quando arrivarono altri due ragazzi ad unirsi alla banda di via Pàl, ed esordirono dicendo: “Vi aiuteremo noi nella battaglia, ragazzi. Noi siamo niente meno che Huckleberry Finn Mano Rossa e Tom Sawier il Vendicatore Nero del Mar delle Antille!”

Era incredibile ma vero! A parlare erano stati proprio i due inguaribili monelli di Mark Twain, con tanto di pipe di granturco in bocca. Mano Rossa e Vendicatore Nero del Mar delle Antille erano i loro nomi di battaglia.

A completare la banda ci pensò infine Pinocchio, che disse: “Sapete cosa vi dico ragazzi? Del Pescecane mi occuperò più tardi, adesso sono con voi.”

Da quel momento ebbi la certezza che chiunque si fosse scontrato con quei ragazzini scatenati avrebbe passato dei guai. Vedevo già le carte della Regina trasformate in coriandoli, e ancora una volta mi venne da ridere.

“Ben detto, fratello” disse Tom rispondendo a Pinocchio e porgendogli amichevolmente la sua pipa di granturco.

“Senti quanto è forte” gli disse poi, mentre il burattino aspirava disgustato una boccata di fumo sforzandosi di sembrare d’accordo.

Ero curiosa di vedere i successivi eventi, in quel mondo da fiaba dove a determinare tutto sembrava essere la magia dello scenario incantato dove i personaggi della letteratura che tanto amavo prendevano vita e di cui io ero la partecipe spettatrice.

La mia mente fantasticava e intanto il Coniglio Bianco si affrettava correndo per la sala, ansioso di arrivare puntuale al suo immaginario appuntamento, sempre mordicchiando la sua carota; i ragazzi stendevano il loro piano di battaglia su di un immenso foglio seguendo le istruzioni del Generale Boka e il Capitano Achab camminava impaziente avanti e indietro con la gamba d’avorio. Sempre assorto nei pensieri di vendetta contro Moby Dick, metteva in evidenza tutto il suo irritabile carattere borbottando continuamente: “Non mi piacciono i ragazzi, io odio i ragazzi, non sanno trovare una balena bianca neanche col cannocchiale ma a fare baccano sono formidabili.”

E ogni volta che finiva la frase sbottava: “Trovano sempre il modo di portare scompiglio, accidenti!”

Era evidente che il Capitano non amasse i ragazzi, e soprattutto non tollerava niente che non riguardasse la sua caccia a Moby Dick.

“Anch’io li odio, i ragazzi!” esclamò qualcuno improvvisamente. Chi aveva parlato adesso?

La voce continuò: “Sono i migliori amici di Peter Pan e io detesto Peter Pan, quella sottospecie di demonio volante!”

Eh sì, era proprio Capitano Uncino, al quale Peter Pan aveva tagliato una mano per poi gettarla in pasto al coccodrillo, che da allora perseguitava senza tregua il malcapitato.

“Come ti capisco, amico” disse Achab, e i due, sentendosi uniti nella disgrazia presero a commiserarsi a vicenda, offrendo di loro stessi uno spettacolo pietoso.

La commedia andò avanti per un pezzo finché i ragazzi, stanchi di assistere ad una simile scenata per una gamba ed una mano perdute, si misero a complottare per porvi fine.

All’improvviso si alzò un forte vento che fece aprire la finestra di colpo e un nugolo di pipistrelli invase la sala, per cui io gridai, richiamando l’attenzione generale.

Apparve una figura alta e tenebrosa vestita di un lungo mantello nero che aveva tutta l’aria di essere… ma certo: Dracula il Vampiro!

Ad abbellire la scena arrivava anche il celeberrimo Conte Succhiasangue di Bram Stoker, adesso. Incredibile ma vero!

“Chi ha detto che non gli piacciono i ragazzi?” esordì.

“Io trovo che siano eccezionali, specialmente il loro sangue è di ottima qualità. Hummm…! Qui si potrebbe fare un bel banchetto, con tutti questi fanciulli!”

Huckleberry rispose subito per le rime: ”Oddio, come siamo impressionati! Che paura! Non rompere, vecchia sanguisuga!”

Così il ragazzo considerava chiuso il discorso, ma il Conte non la pensava allo stesso modo e si avventò su di lui, dicendo: “Bene bene… comincerò il mio spuntino proprio con te, mi piacciono i ragazzi svegli!”

Dracula si buttò su di lui per mordergli il collo, ma in quel momento Pinocchio, veloce come il lampo, si mise davanti al compagno e lo sciagurato Vampiro andò dritto a frantumarsi i canini sul suo collo di legno.

Tom Sawier disse allora, fra le risa: “Ecco, adesso la sanguisuga camperà di semolino per il resto dei suoi giorni.”

Tale affermazione non poté fare altro che suscitare l’ilarità di tutti i presenti, me compresa, che cominciai a ridere a crepapelle.

Tom si diede un contegno e continuò impietoso: “E’ stato un grosso sbaglio mettersi contro Huckleberry Finn Mano Rossa. Non è vero Huck?”

Povero Conte Dracula! Quanto gli era costato il suo appetito insaziabile! Chi avrebbe mai detto che un giorno si sarebbe rivelato fatale per i suoi denti, di cui andava tanto orgoglioso!

Lo sventurato, privo adesso dei famigerati canini, non poteva più nuocere a nessuno e si unì ai due Capitani che non avevano mai smesso di compiangersi per la malasorte che li aveva colpiti.

Almeno con loro poteva sfogarsi liberamente, con la sua orrenda bocca sdentata a cui mai avrebbe potuto abituarsi.

“Povero me! Oddio come farò, povero me!” si lagnava l’ex-vampiro. “La mia reputazione è rovinata per sempre! Io, il Conte Dracula, sarò lo zimbello di tutte le future generazioni di Vampiri!

Accidenti a quel ragazzo e a quello pseudo-arbusto del suo amico! Ora dovrò mangiare semolino per campare e io odio il semolino! Se riesco ad avere fra le mani quei ragazzi li scortico vivi!”

Quelli non sono ragazzi, sono figli del Demonio! Non mi era mai capitato niente del genere! Povero me! Oh, povero me!”

La solfa si protrasse a lungo e il Conte si zittì solo dopo aver fatto sfoggio di tutte le imprecazioni e gli insulti che conosceva, da non ripetersi in queste pagine.

Capitano Uncino allora disse, desideroso di mostrarsi solidale, ma soprattutto di far sapere al Conte quello che gli era capitato: “Sono con te, amico. A causa di una sottospecie di ragazzo io ho perso la mano e ho guadagnato questo affare,” e fece vedere l’uncino.

“E io, allora?” irruppe Achab, indignato per essere stato dimenticato. “Per colpa di una balena bianca mi trovo a camminare su una gamba d’avorio e quei ragazzi sono incapaci di trovarla, mentre sono bravissimi a combinare guai!”

Non la finivano più, ed erano talmente insopportabili che i ragazzi li soprannominarono il Trio dei Disperati.

“Accidenti!” disse il Soldato Semplice Nemecsek. “Sono peggio delle ragazze, che sono tutte pettegole e piagnone. Non hanno proprio niente di virile!”

“Non ti preoccupare,” lo rassicurò Boka. “Adesso li facciamo svegliare un po’.”

In quel momento si udì la voce di un giovane che disse: “Non parlate in questo modo delle ragazze, non sono tutte così; Giulietta è diversa.”

Era Romeo, l’innamorato per antonomasia, che continuò: “Giulietta è speciale, è il più bello dei fiori e la più splendente fra le stelle; lei è… è un angelo.”

“Mamma mia, amico, quanto la fai lunga per una donna, “ disse allora Huckleberry. “Devi essere proprio cotto, eh?”

“Già, devi essere cotto a puntino,” aggiunse Tom, e l’amico Huckleberry lo schernì: “Senti chi parla, tu che ti fai incantare da una biondina con le trecce!”

“Piantala, Huck” lo zittì Tom, cercando di assumere un tono brusco e arrossendo come un peperone.

 

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