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Sport per tutti!

"Sport?... Per l'Uomo, si!"

E' il titolo di una raccolta, pubblicata ormai molti anni fa, di scritti di Don Emilio Mondini, allora Consulente regionale del CSI. Poche parole tali da non lasciare spazio ad ambiguità. E' sempre così lo sport? E' sempre così lo sport del CSI? Troppo facile rispondere di no; troppo facile riconoscere che, accanto a tante esperienze meravigliose, anche nella nostra Associazione dovremmo usare altre affermazioni sullo sport: "Sport per il successo... Sport per il risultato...Sport per compensare le nevrosi di adulti, ragazzi, genitori, allenatori, arbitri...Sport per i fortunati...Sport per gli allineati...Ecc". Certo possiamo dire, con giusto orgoglio, che da noi di norma non succedono altri fatti che riempiono le pagine di giornali e televisioni: "Sport per fare soldi...Sport per imbrogliare...Sport per rubare...Sport per rovinarsi col doping... Ecc."

Quando però si comincia a fare attività sportiva con le "cosiddette" fasce deboli della popolazione, ci si rende subito conto che non può esistere realisticamente uno sport che non sia per l'Uomo. Con i disabili, con i carcerati, con gli immigrati, con i ragazzi a disagio lo sport è quello che deve essere, nella sua autenticità: una esperienza di crescita fisica, di espressione della propria persona, di gioia e festa, di incontro e di relazione. Quando guardo la foto di Claudio che lancia il vortex "usando" la mano del suo papà, mi domando ogni volta: "Dove sta la differenza?" La gioia è uguale, la voglia di vivere è uguale, il piacere di stare con gli altri è uguale, l'impegno è uguale. Dove sta la differenza? Nel risultato. Forse Claudio non è riuscito a lanciare il vortex per più di un metro. Ma è questa davvero la cosa più importante? La misura del lancio cambia la sua vita? cambia il suo futuro? cambia il piacere di "usare" la mano del suo papà? Cambia la felicità del suo papà di condividere la gioia del suo figliolo? A me pare proprio di no.

Convertire lo sport.

La questione non è adattare quelli che troppo superficialmente consideriamo diversi alle regole dello sport. La questione è opposta: tocca allo sport convertirsi all'Uomo, a ogni uomo, alla propria vocazione autentica di essere un'esperienza di ricchezza per tutti. Per questo non ha senso parlare di sport sociale, perché lo sport o è sociale o non è autentico sport. Le politiche sociali nello sport non sono altro che le politiche dello sport. Certamente se davvero lo "sport per tutti" non fosse ancora in gran parte uno slogan irrealizzato, non dovremmo metterci a parlare di sport per i diversamente abili, i carcerati, gli immigrati, i ragazzi difficili. Sport per tutti e di tutti vuol dire adattare lo sport alle esigenze di ciascuno, reinterpretare e ridefinire le regole perché si adattino a tutti. Allora paradossalmente lo sport dei diversi diventa un'occasione privilegiata di insegnamento allo sport tradizionale perché si trasformi davvero in uno sport diverso. "Sport?... Per l'Uomo, si!" Sono debitore ad un amico, padre di una bambina Down, di un grande insegnamento. Diceva Giuseppe: "Può darsi che tuo figlio sia più intelligente della mia Maria, può darsi che riesca a fare tante cose prima e in più di Maria, ma Maria arriva sempre prima per sincerità, per spontaneità e per ricchezza di affettuosità!" Da allora mi domando sempre: Chi è davvero il primo?

Il diritto di cittadinanza.

C'è però un rischio frequentissimo in chi si avvicina ad uno sport sociale. Succede che, animati da tanta generosità e buona volontà, finiamo per farci prendere dal pietismo; in altre parole di fronte a chi non è fortunato come noi per alcuni aspetti della vita noi assumiamo un atteggiamento di commiserazione, facciamo tante cose per loro perché "sono diversi". In perfetta buona fede allora finiamo per sottolineare e segnare una diversità che è sottile emarginazione. La questione non è il riconoscimento della diversità, compresa quella "antipatica", per cui un rompiscatole non diventa buono perché disabile, e chi ha commesso un reato non diventa innocente perché gioca al calcetto; la questione è che esistono molti altri motivi per cui riconoscersi uguali, cittadini dello stesso mondo, portatori di uguali diritti che hanno a che fare col senso di vivere, la felicità, le pari opportunità, la socialità, l'appartenenza a relazioni amicali e di sostegno. In altre parole occorre superare il pietismo per riconoscere a tutti il diritto di cittadinanza che accomuna tutti per il fatto solo di esistere e di stare in una società. E cittadinanza significa anche essere riconosciuti come soggetti, protagonisti della propria vita (per quanto ci è concesso di viverla), responsabili delle nostre azioni ed esperienze. Anche in questo lo sport sociale deve convertire lo sport tradizionale, dove invece soggettività, protagonismo, responsabilità, pari opportunità sono ben lungi dall'essere realizzate. Neanche la Chiesa è esente da critiche da questo punto di vista. Dov'è finita la scelta preferenziale per gli ultimi, il privilegio ai poveri e agli sfortunati se gli oratori o le parrocchie si dedicano allo sport tecnico, alla selezione, alla compravendita dei giocatori?

Che fare?

Nel mondo dello sport sociale, al servizio dei più deboli e dei non privilegiati, basta aver voglia di fare e saper esercitare tanta creatività per inventare le iniziative adatte e possibili alla realtà in cui si vive. Non ci sono già modelli standard precostituiti. Occorre anche tanta pazienza perché spesso si tratta di realtà difficili, abituate a non fidarsi o addestrate alla cultura dell'assistenzialismo per cui tutto è dovuto. Si possono promuovere attività specifiche per fasce di cittadini (diversamente abili, carcerati, immigrati, ecc.). Ma laddove possibile, si può tentare di fare attività che vedano confluire sullo stesso campo, pista o palestra categorie diverse (normalmente abili e diversamente abili, ad esempio); non è difficile, e quelli che ne traggono spesso maggior soddisfazione e vantaggio sono proprio quelli che credono di "essere a posto". E infine il massimo si può raggiungere quando le attività si svolgono con modalità del tutto integrate: con i bambini questo è semplicissimo, purché si scelgano attività davvero per tutti, come si possono realizzare tornei cui partecipano anche squadre "speciali", ad esempio i carcerati. Quello che conta è non perdere di vista l'obiettivo che è il riconoscimento della cittadinanza comune, di tutto ciò che ci rende uguali, al di là delle differenze. Perché in sostanza si realizzi nella quotidianità l'esperienza: "Diversi nei risultati, ma uguali nella vita".

 

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