Nel nome dell'amore (Terza parte)
Sento agitarsi nell’anima milioni di parole, simili a farfalle dalle ali stanche ansiose di posarsi sulla carta per poi riprendere il volo più leggiadre di prima.
Non tiri più calci, forse stai dormendo, e mi scopro ad aver quasi paura di fare rumore.
Sto pensando alla relatività del valore delle cose. Queste pagine hanno per me un valore inestimabile poiché sono dedicate a te, ma non posso escludere che, se mai le leggerai, tu creda di aver perso ore preziose per i tuoi passatempi preferiti con un mucchio di sciocchezze inventate da tua madre per ingannare l’attesa del tuo arrivo. Se così fosse proverei sicuramente dispiacere, ma non potrei biasimarti: raramente le parole rendono giustizia all’intensità delle nostre emozioni, rischiando di farle apparire incomprensibili anche a chi ci ama.
Se tu credessi che queste parole siano inutili perderebbero tutto il loro valore, e probabilmente le darei alle fiamme; ma non avrebbe importanza che tu le considerassi eccessivamente mielose e sentimentali, l’esasperata voglia di tenerezza di una donna che aspetta un figlio dal marito che la ha appena resa vedova, se durante il percorso che compieremo insieme riuscirò a darti quotidianamente prova dell’amore che le ha prodotte. Potresti sempre criticarne la forma, ma sarebbe terribile che ne ritenessi falsa la sostanza.
Alcuni valori non dovrebbero mai essere messi in discussione, ma a volte perfino il più sacro dei sentimenti, l’amore materno, si rivela indegno della sua sacralità.
L’abbandono di un figlio al momento della nascita, l’insofferenza di quelle donne che vedono le loro creature come un limite alla propria libertà, lo stesso aborto scelto come semplice rimozione di un ostacolo sopraggiunto per troppa leggerezza, sono forse frutto dell’amore materno?
Bisognerebbe chiederlo ai bimbi che un cinico disprezzo consegna ai cassonetti della spazzatura o ad un prato umido ed ostile, in balia delle tenebre che tendono sui loro fragili corpicini una mano minacciosa, da cui non è scontato che qualcuno venga a salvarli prima che sia troppo tardi.
Bimbi che una volta sottratti ad un destino crudele e cresciuti grazie ad un cuore caritatevole non sapranno mai spiegarsi perché la persona che più avrebbe dovuto amarli li abbia gettati via come bambole rotte. Come biasimarli di non comprendere? Ai loro occhi non ci potrà mai essere nessuna spiegazione, la giovane età della madre o una difficoltà qualunque, che non sia da attribuire al fatto che lei sì è sbarazzata di loro perché non li voleva.
Cosa penseranno poi, quei figli che si vedono sorpassare nelle priorità della madre da un maniacale attaccamento alla carriera, dalla passione per un uomo che non li ha generati, o dalla voglia di vivere esclusivamente per se stessa?
Certo, la maggior parte delle madri non è così. Le madri degne di tale nome immolerebbero la propria vita per i figli, e per come io ti sento credo di potermi annoverare fra queste, anche se la decisione finale in merito spetta a te.
Ho già scritto sedici pagine e forse dovrei fermarmi qui, ma non riesco; non voglio arginare il fiume di parole e sentimenti che sento scorrermi dentro, non ancora, anche perché adesso la morsa della paura mi avvolge, e mi sembra possibile allentarla solo scrivendo.
E’ per te, che ho paura: temo che, a dispetto dei bei discorsi fatti sulla libertà che vorrei lasciarti, la mia natura apprensiva ti faccia sentire prigioniero del mio amore.
Temo, soprattutto, che la malattia che mi affligge dalla nascita impedendomi di camminare e svolgere una normale attività motoria possa limitare i tuoi passi e privarti in parte della vita serena che meriti; temo che la diversità che non ho scelto per me stessa ti intacchi come un morbo, coltivando in te il seme del rancore e fornendo pane fresco e croccante per i denti degli assistenti sociali.
Ho il dovere di dirti che non sarà sempre tutto facile; non lo è mai per nessuno, ma quando si parte da una posizione svantaggiata, la straordinaria corsa ad ostacoli chiamata vita si riempie di difficoltà supplementari, tanto che a volte ti chiedi se non sia meglio abbandonare la gara, lasciando la vittoria a chi ha più carte di te per arrivare al traguardo; anche perché non sai quale sia, il traguardo. I primi anni di vita, quando l’età della ragione è lontana, li passi a tessere la tela dei tuoi sogni con la pazienza di Penelope senza sapere ancora che Ulisse non tornerà mai a casa, non nella realtà, e che la tela che stai tessendo con la tua candida fiducia si smaglierà prima che tu possa completarla, lasciandoti fra le dita i fili sparpagliati di una matassa senza più bandolo.
E’ al primo contatto col mondo che ti circonda che la tela comincia a sfaldarsi, come una rosa che perda ad uno ad uno i suoi petali, quando ti accorgi, già all’asilo, che i libri che hai imparato a leggere e ad amare prestissimo sono per te migliori amici dei compagni.
Lì cominci a capire che qualcosa non funziona, prendendo atto che i giochi degli altri per te non vanno bene, costituiscono una barriera invalicabile.
Ad essere sincera però, il primo impatto con questa scoperta è stata per me abbastanza indolore, poiché di fatto preferivo i libri ai giochi dei bambini.
I libri erano una fonte inesauribile di storie affascinanti; avevano sempre qualcosa da dire e nuove emozioni da regalare, ma soprattutto con loro non si litigava per il possesso delle cose, il veleno di cui ti parlavo prima, che non risparmia nemmeno il mondo incantato dell’infanzia.
Essi non volevano sopraffarmi, ignari com’erano della mia debolezza: chiedevano solo di essere letti, e accontentarli era facile e bello, anche perché io ero sempre l’unica a prestar loro attenzione tenendomi lontana dalle angherie delle Lady Macbeth in erba che si accapigliavano per la custodia di un’incolpevole bambola, quando i maschi erano ancora un terreno inesplorabile.
Nessuno voleva mai litigare, per il loro possesso: appartenevano a me, in un tacito accordo che aveva il sapore di una meravigliosa conquista.
Da allora la mia intesa con i libri non è mai finita: anche se sono passati più di venti anni e migliaia di pagine rimangono per me una preziosa risorsa.
Era lo stesso periodo in cui anelavo a diventare una ballerina classica, attirata più dalla nuvola di tulle vaporoso del tutù che avrei indossato, che dalla voglia di danzare: un’altra disillusione che non ha lasciato segni, a cui ne sarebbero seguite altre più forti negli anni successivi, prima di realizzare definitivamente che la mia vita era diversa, e basta.
Non desidero però farti l’elenco delle sconfitte che ho subito: preferisco parlarti delle scoperte che hanno reso migliore ogni mio giorno, scoperte che forse non avrei fatto se non fosse stato per le sconfitte.
Quando la vita decide di darti subito del filo da torcere, quasi le fossi antipatico, nessuno si stupisce se le restituisci il trattamento odiandola; ma vivere non è una sfida a chi picchia più forte: se cerchi di picchiarla ti fai male, e ne esci inevitabilmente perdente.
Si può prendersela con lei, in alcuni momenti, è umano. Il giorno in cui tuo padre ci ha lasciati l’ho detestata come mai mi era accaduto prima, e ho continuato a detestarla fino a che non ho scoperto che stava per darmi te, ricominciando ad amarla per questo, poiché l’astio costante nei suoi confronti è sbagliato.
E’ un errore non riconoscere le tante cose belle che offre, accusandola di renderci infelici. L’infelicità non può essere una condizione perenne, così come non può esserlo la gioia; esse si alternano senza sosta andando a comporre una melodia che non ci è dato sentire solo perché non siamo in un film, ma che dobbiamo ascoltare fino all’ultima nota per poterne apprezzare l’intensità che scandisce ogni istante.
Credo di aver capito che la vita era bella la prima volta che ho sentito accendersi in me una scintilla d’affetto. In quel momento ha cominciato a formarsi nella mia mente l’idea che ella volesse trasmettermi qualcosa, un dolce messaggio che doveva essere divulgato perché il mio cuore non rimanesse l’unico a conservarlo, impedendo ad altri cuori di beneficiarne.
Sto ancora tentando di divulgare quel messaggio, ogni giorno, e spero che il vento mi aiuti a spanderne l’eco.





