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Nel nome dell'amore (Seconda parte)

cuore_copy_copyNon è facile portare il lutto scoprendo la gioia per una nuova vita che sboccia; non è facile convivere con sentimenti così contrastanti per cui i simboli di una felice attesa, la culla, il corredino, i giocattoli che hanno già riempito la tua stanza, si incrociano continuamente con quelli di un dolore senza fondo, tutti gli oggetti che tuo padre non potrà più usare, le sue foto, il vuoto desolante che ha lasciato nel letto.

Il dolore accresce la paura che tu possa non essere sano, anche se le analisi mi rassicurano del contrario. Certo, questa paura ci sarebbe comunque, anche se la mia vita fosse stata diversa, rimanendo però latente.

 

E’ il dolore a farmela sentire ogni giorno, quasi respirare. Non è tanto il timore di apprendere che qualcosa non va al momento della tua nascita: stai crescendo bene ed è tutto nella norma.

E’ l’incubo di una malattia che ti prenda in futuro a turbarmi, evocando il ricordo di madri di bambini condannati dal tumore che vagano nei corridoi dell’ospedale come spettri avvolte dal fumo delle sigarette accese per la disperazione di non vedere la fine del tunnel che ha intrappolato i loro figli, senza capire dove si trovino né perché, senza più lacrime da versare.

E, sovrapposto a questo, il ricordo più dolce ma ugualmente straziante di una madre che accarezza il viso del suo bambino, l’unica parte di lui che non sia stata devastata dalle ustioni provocate da un tremendo incidente in cui le sue gambe sono andate perdute, amputate un pezzetto alla volta quasi appartenessero a un omino di marzapane.

Al loro posto ci sono solo due moncherini arsi e doloranti e il vuoto spaventoso dei pantaloni che penzolano come panni stesi ad asciugare dalla sedia a rotelle, dentro cui non si vedono più le gambe a dar loro consistenza, vita.

Rivedo lei che lo accarezza con un amore troppo grande per trovare voce, nell’unica parte che sia ancora possibile toccare senza fargli male poiché il resto è carne viva, prima di salutarlo e abbandonarlo alla notte che scopre impietosamente le piaghe del suo corpo e della sua anima, portando lacrime e grida che lasciano un raggelante senso di impotenza.

Lacrime e grida che raramente arrivano di giorno, sostituite dall’allegria di un bimbo di undici anni nella cui naturalezza c’è qualcosa che commuove e ferisce, date le circostanze.

Sono immagini che nemmeno il tempo cancella, disegnate da un pennarello indelebile dal tratto sempre visibile anche dopo tanti anni.

Come la pioggia della sera dello scorso novembre che altre mille sere di pioggia non potranno lavare via dalla mia mente.

Mentre sento riacutizzarsi il dolore simile ad un ago che punga ripetutamente il mio cuore penso che vorrei annegarlo in qualcosa di molto forte, magari un bicchiere di Manhattan, anche se non l’ho mai assaggiato. Mi è sempre piaciuto il nome però, a causa di una simpatia congenita per il luogo che ricorda. Se la tristezza persiste stasera potrei cercare un bar dove sconfiggerla con la complicità di questa miscela di liquori dal nome per me tanto attraente, non importa se il suo sapore risulterà sgradevole e se dovrò mettermi a letto stordita non appena tornerò a casa, sarà solo per questa volta; o forse domani potrei recarmi al supermercato e comprare una bottiglia di whisky da consumare fra queste mura in completa solitudine, per mettere meno pubblicamente in risalto il sofferto connubio fra disperazione e speranza che mi trovo a vivere; ma ecco che mi sferri un calcio, come per redarguirmi e ricordarmi che ci sei.

Ho l’impressione che tu ci abbia messo tutta la tua forza, quasi avessi recepito il mio funesto pensiero. E chissà se è davvero così, se riesci a recepire le mie emozioni attraverso il cordone ombelicale che ci lega.

Mi dispiace tesoro, aver pensato anche solo per un istante di fare qualcosa che poteva danneggiarti seriamente. Non accadrà più, te lo prometto.

Sarà meglio chiedere soccorso ad una camomilla calda che mi calmi un po’, o almeno mi illuda di esserne capace. Ti sembra una buona idea? Un altro calcio, un po’ più debole del precedente, pare comunicarmi la tua approvazione facendomi sentire di colpo sollevata.

Scusami. Mi sono persa troppo, sviando il discorso che avevo iniziato. Parlavo del timore di vederti malato, ma non pensare che se dovesse accadere il mio amore per te diminuirebbe, solo non riesco a fare a meno di desiderare che tu abbia qualcosa di meglio di quanto ho avuto io.

Non potrei smettere di amarti per un solo istante, mai, e se tu non fossi in grado di vedere, sentire, muoverti, parlare, io sarei i tuoi occhi, le tue orecchie, i tuoi muscoli, la tua voce, senza concedermi un attimo di tregua. Non esisterebbe riposo, non potrebbe esistere per me, laddove fosse il tuo tormento. L’amore non si stanca di curare, vegliare e proteggere, e si alimenta esclusivamente di se stesso per rigenerarsi e acquisire nuova forza.

L’amore si nutre d’amore e la vita dovrebbe seguire il suo esempio, ma purtroppo è avida di molte altre cose che la contaminano come un virus: il desiderio di possesso, per dirne una, che è letale quanto un potente veleno e conduce inevitabilmente al fallimento.

Chi ama non vuole possedere niente e nessuno: spera solo per il bene di ciò che ama, cibandosi della gioia per la sua esistenza ed esecrandone ogni dispiacere e sfortuna.

Se potessimo amare così il mondo che ci circonda, o almeno una piccola parte del mondo, sia pure una singola persona, avremmo una vita piena e felice anche nelle avversità.

Io ho amato molte persone, ognuna per la sua unicità, credendo di aver raggiunto l’apice di questo sentimento quando ho incontrato tuo padre.

E' strano come, a volte, i destini delle persone si incrocino: anche lui infatti era orfano di padre, portato via da un male incurabile quando aveva appena dodici anni, lo stesso male che anni dopo si avrebbe portato via entrambi i miei genitori. Per te è diverso, poiché sei destinato a crescere senza la figura paterna, e vista la persona che lui era non mi sento di azzardare che tu sia più fortunato di noi, poiché non ti è stata data nemmeno l'opportunità di beneficiare della sua immensa capacità di amare.

Per cinque anni troppo brevi ho vissuto di lui e per lui, traendo da ogni sua parola, gesto e respiro un benessere che mi assorbiva interamente; ma non ho mai desiderato possederlo, nemmeno quando il calore che avvertivo in sua presenza cominciò a regalarmi sensazioni mai provate e vidi aprirsi davanti a me un mondo nuovo in cui l'amore determinava le stagioni e gli eventi.

Era una persona di cui condividevo i sorrisi e le lacrime, il suo cuore batteva nel mio e a volte mi sembra ancora di sentirlo, ma non mi apparteneva: semplicemente ogni minuto della mia esistenza vedeva rinnovarsi la gioia di amare e di vivere grazie a lui.

Avevo la sensazione che al di fuori non esistesse felicità; col suo arrivo era scomparso il dolore, e la dolcezza aveva prevalso sul sapore amaro dei cattivi ricordi, quindi puoi forse capire cosa ho provato quando se ne è andato: è come se la parte più profonda di me fosse stata strappata via da una violenza brutale.

Il giorno del funerale faceva da cornice un cielo scuro come non avevo mai visto, quasi si fosse vestito apposta per l’occasione. Il pallido sole di novembre aveva abdicato a favore di un’ombra innaturale per il mattino, come avesse vergogna di mostrare i suoi raggi al dolore.

Nessuno potrà mai ridarmi quello che ho perso, una persona non ha il potere di sostituirne un’altra, ma so che con te posso ricominciare, anzi, che tutto è già ricominciato.

Ti voglio bene. Scrivo queste tre semplici parole sperando che rimangano impresse nella tua memoria. Le scrivo su questo semplice foglio di carta perché non posso ritagliare un lembo di cielo e usare le stelle come inchiostro.

Mi piacerebbe prendere una nuvola perché ti facesse da cuscino, dopo averla tinta con i colori dell’aurora boreale.

Queste però, sono soltanto parole rubate alla poesia che circonda ogni cosa da quando sei con me.

 

 

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