Nel nome dell'amore (Prima parte)
Ogni addio lascia nel cuore qualcosa che ha in sé la crudeltà della morte.
Quando poi è la morte stessa a determinarlo, hai l’impressione che non possa esistere il domani.
E’ bastata una telefonata a farmi credere che il mio mondo fosse finito, uno squillo uguale a tutti gli altri annunciatori di vivaci conversazioni fra amici e teneri dialoghi d’amore, che da allora suona per me come il presagio di una tragedia.
Una voce sconosciuta mi ha detto che c’era stato un incidente, e il suo tono rivelava l'abitudine allo spiacevole compito di dare quel genere di notizia, ripetendomi di stare calma mentre realizzavo quello che la mente e il cuore mi sussurravano sadicamente, incuranti della pioggia torrenziale e del temporale che disturbavano la linea: avevo perso tuo padre, o meglio mio marito, poiché non sapevo ancora che fosse già tuo padre.
Lo avrei scoperto dalle analisi seguite al mio ricovero in ospedale una settimana dopo il suo funerale, quando ero sicura che per me non ci sarebbe stato più motivo di sorridere.
Non ci credevo. Il dolore invadeva ogni angolo del mio cuore, lacerandolo; non poteva esserci alcuno spazio per la gioia, quindi era più facile non crederci, ma le analisi non lasciavano dubbi: ti attendevo da sei settimane.
Se il destino non fosse stato tanto spietato avrei abbracciato il medico ringraziandolo all’infinito per avermi dato la conferma che il sogno di una vita stava avverandosi, ma in quella situazione mi assalivano mille paure. Era tutto così strano: tuo padre non c’era più, per quanto mi sembrasse impossibile accettarlo, e tu stavi per arrivare, ultimo dono dell’amore che mi aveva abbandonata portandosi via la mia anima.
Avrei trovato il coraggio di ricominciare per te? Sarei riuscita ad amarti come meritavi, piccolo fiore non ancora sbocciato dal cammino già segnato da una sorte tiranna?
Come avrei potuto spiegarti perché non ti era stato concesso di crescere nel suo amore, oltre che nel mio, perché una forza superiore a noi aveva deciso che non doveste nemmeno incontrarvi, quando fosse giunto per te il momento di chiedermelo?
La verità era che non avevo risposta per nessuna di queste domande. Sapevo solo di volerti con tutta me stessa.
Riandavo con la memoria ai tanti momenti trascorsi cullandomi con l’idea di te, la più dolce idea mai scaturita dalla mia mente. Pensavo alle innumerevoli volte che ti avevo inventato dandoti mille nomi diversi, tutti bellissimi perché tuoi.
Non potevo tollerare di staccarti da me, di non averti: avrebbe significato oscurare il sole che sentivo splendermi dentro e illuminarmi ora che ero certa che saresti venuto e cominciavo a percepire la tua presenza in grembo. Sarebbe stato come spegnerlo per non ritrovare mai la luce, cercando invano nel buio il mio tesoro perduto.
Cosa avrebbe potuto valere ancora, quando avessi rinunciato a te? Niente avrebbe più avuto senso, ma non voglio farti credere che tu debba venire a salvarmi: questo lo ha già fatto l’amore che ti ha generato, colmandomi il cuore e dandomi te prima di sparire per sempre.
E adesso voglio impiegare ogni parte di me per rendere la tua esistenza degna di essere vissuta, come lo è stata la mia dal primo momento in cui ti ho avuto nella mente, quando non eri altro che un tenero pensiero molto lontano dal concretizzarsi.
Ricordo il giorno in cui l’ecografia mi ha rivelato che eri un maschio, perché ho provato una gioia così intensa da obliare perfino il dolore per l’immensa perdita, sentendomi quasi in colpa per la figlia che non avrei avuto.
So del tuo arrivo da quasi nove mesi, ormai, ma ti aspetto da un tempo immemorabile e già da molti anni ti ho preparato la stanza più accogliente del mio cuore.
Nell’istante in cui l’amore ti ha affidato a me ho spalancato le sue porte per fartene dono, mentre egli trasformava il mio ventre in un giardino incantato dove farti crescere come il fiore più bello.
Cerco di immaginare il momento in cui i tuoi occhi si apriranno alla vita e mi piace pensare che la prima cosa che vedranno sarà il mio sguardo colmo d’amore, quando ti prenderò fra le braccia che da sempre aspettano di stringerti.
Sono entrata nella tua cameretta, un nido custodito dagli angeli dove ogni minimo dettaglio mi dice che non sei un sogno. Un velo di tristezza è sceso nel mio cuore al pensiero di tuo padre, che sarebbe stato felicissimo di condividere con me questa emozione.
Sento salirmi dentro un grido che solo la consapevolezza di te può tramutare in una canzone, una dolce ninna nanna che si sprigiona da un carillon e va a posarsi lieve sulla culla che attende di vegliare il tuo sonno innocente.
Scrivo mentre cala la sera, tingendo il cielo d’ametista e turchese in un suggestivo gioco di colori. Guardo l’orizzonte e immagino di vederti correre verso di me in questo meraviglioso tramonto che sembra dipinto per noi.
Voglio scrivere ogni parola dettatami dalle sensazioni che provo e chiuderle in un cassetto perché, se vorrai, da grande tu possa leggerle e tenerle con te nel viaggio che stai per intraprendere.
Se avessi una stella per amica le chiederei di illuminare il tuo cammino perché non ti perda mai lungo sentieri bui e pericolosi, e ruberei un petalo ad un fiore per asciugare le lacrime che ti bagneranno il viso; ma ho soltanto queste parole che si scrivono da sole, avendo scelto l’amore come guida per arrivare dal mio cuore al tuo.
Vorrei che le conservassi perché ti fossero di conforto nei momenti difficili, in modo che tu non debba dubitare mai di rappresentare per me il più prezioso dei doni.
Sei come l’oro che non si altera e non ha bisogno di venire lucidato per risplendere. Fai parte di me, come la luna fa parte del cielo e non lo abbandona un attimo.
Chiederò al cielo di accarezzarti come fossi la sua luna quando le mie mani saranno troppo vecchie e stanche per farlo, e quando poi morirò vorrò posare il mio sguardo su di te come una carezza che ti giunga dall’alto.
Intanto dalla radio si diffondono le struggenti note della “Patetica” di Tchaicovskiy e io voglio che siano il mio benvenuto, voglio renderle messaggere del mio amore perché lo portino fino a te.
L’amore è l’unica cosa che desidero insegnarti: vorrei che l’odio e la rabbia fossero eternamente banditi dal tuo cuore per non vederti condannato da un’esistenza infelice, poiché i cattivi sentimenti generano infelicità, è una legge di natura.
Non intendo pianificare niente per te: ho sempre pensato che dovessi fare le tue scelte, sentendoti libero di decidere e talvolta sbagliare. Non so dirti cosa il destino ti abbia riservato, a nessuno è dato conoscere i suoi disegni. Posso solo donarti la vita e aiutarti a trovare la tua strada tenendoti per mano finché non sarai abbastanza forte da proseguire da solo, e non conterà che al momento di lasciarti creda di essere stata una buona madre se tu non sarai dello stesso parere.
Provo a ripercorrere i passi già compiuti della mia vita e vedo le loro orme arrampicate su un sentiero tortuoso cosparso di sassi, metafora degli errori che mi hanno fatta inciampare e cadere.
Sulla scia di questi ricordi sento che tu sei il passo che più mi allontana dalla prossima caduta, ma non significa che non commetterò nessuno sbaglio nel tentativo di far bene.
L’importante è che riesca a trasmetterti la mia volontà di amarti ancor prima di guidarti.





