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Incubo a scuola

Quando ero piccola mi turbavano le pagine bianche, vuote delle storie meravigliose che amavo leggere immaginando di cavalcare l'arcobaleno, così che non c'era quaderno o diario che non cercassi di riempire fino all'ultima riga con racconti di mia invenzione scaturiti per lo più dai desideri che la malattia non mi consentiva di realizzare, il più strano dei quali, essendo io una bambina, era probabilmente quello di andare incontro alla libertà in sella ad una motocicletta.

A quel tempo ero convinta che i libri fossero per me migliori amici dei compagni di scuola, perché non mi davano motivo di temere di essere presa in giro o respinta; un libro era per me un mondo affascinante da scoprire, molto più di qualsiasi gioco.

Ho sempre dato grande importanza alle parole, soprattutto se scritte, perché ciò che è scritto si imprime nella mente e nel cuore, e se hai un dolore da esternare, o anche una gioia, puoi farlo senza mai esaltarti né alzare la voce.

Quello che non avevo trovato scritto in nessuno dei libri che leggevo era di una bambina disabile che a scuola veniva vessata e perfino colpita abbastanza regolarmente con la stecca della lavagna nell'indifferenza generale, e quella e' una cosa che mai ero riuscita a dire né a scrivere.

Mi recavo a scuola ogni mattina con lo spirito di chi deve salire sul patibolo, angosciata come se dovessi girare la scena di un film dell'orrore con sangue vero, spaventata come deve esserlo la preda nei confronti dei proprio carnefice, solo che non mi lamentavo e non scappavo, non potevo, bloccata com'ero sulla sedia a rotelle che diventava per me una trappola. Non potendo difendermi stavo in silenzio, perché se avessi parlato sarei stata la deboluccia di turno che aveva bisogno di essere difesa, offrendo un terreno fertile al proliferare delle angherie dei miei docili compagni, ma se dovessi dire adesso cos'era che proprio mi lasciava attonita, dovrei riflettere sul fatto che fosse la noncuranza di chi avrebbe dovuto tutelarmi, gli adulti, a ferirmi molto più dei maltrattamenti dei coetanei. Io subivo e dovevo tacere, tanto nessuno sarebbe intervenuto a mio favore, anche se ancora oggi non riesco a comprendere il perché.

La stecca della lavagna calata sulle gambe aveva un impatto micidiale, per le gambe stesse e per l'anima, ma tanto ero io a prendere le botte e a nessuno interessava. Vivevo con la sensazione di essere invisibile, che all'età di dodici tredici anni è devastante. Avevo un'insegnante di sostegno che non capivo a cosa servisse, visto che le lezioni le facevo da sola e come gli altri insegnanti non si accorgeva di niente o era disinteressata, tranne una volta che gli insulti, (ma ovviamente non le botte) erano stati rivolti a lei, per cui i ragazzi erano finiti in Presidenza, senza però che si fermassero i soprusi a mio danno, forse anzi inaspriti dalla circostanza.

Il momento della ricreazione era sempre il peggiore, perché le furie erano libere di scatenarsi con svariati epiteti che trovavano il loro completamento nei soliti colpi alle gambe sferrati da uno del gruppo e per cui gli altri ridevano, e io rimanevo sempre zitta, non so se più stoica o smarrita.

Sentivo solo, perché mi veniva confermato ogni giorno, che dovevo sopportare lo strano destino di andare a scuola, più che per studiare le materie didattiche, per imparare che la vita ti prende a calci e tu non ci puoi fare niente.

Anni dopo ho riflettuto su quanto era successo, chiedendomi perfino se io non fossi rimasta vittima di un'assurda complicità fra alunni ed insegnanti, per quanto volessi crederla inconsapevole, quasi che l'intero ambiente scolastico avesse assunto le sembianze di una bestia feroce per divorarmi, perché ero più debole o non ero simpatica, chi lo sa. E mi sentivo come una persona rimasta prigioniera di un incubo dal quale alla fine si era svegliata. Gli interrogativi su quegli anni di follia ci sono ancora tutti, mai ho capito davvero il motivo per cui la scuola abbia dovuto darmi come unico vero insegnamento un'idea precisa di cosa sia l'inferno.

Io desideravo imparare, coltivando con passione la materia che più di tutte mi piaceva, lettere, e sfidandomi ogni giorno in quella di cui avrei volentieri fatto a meno, matematica. Mi sarebbe piaciuto che le mie uniche preoccupazioni fossero un'interrogazione o un compito in classe, come avrebbe dovuto essere.

Peccato che non mi fosse stato dato il tempo di pensarci, sempre impegnata com'ero a difendermi da altro. Non cercavo privilegi in quanto disabile, volevo solo il normale rispetto che si dovrebbe ad ogni persona, perlomeno la certezza di non essere insultata e picchiata dai compagni e ignorata dagli insegnanti.

Ho dovuto fuggire per trovare la pace, rinunciando ad andare avanti negli studi, vittima di un bullismo globale che precorreva quello tristemente consueto dei nostri giorni in un clima più fantascientifico che reale, una sorta di incubo che avrebbe potuto essere apocalittico se non avesse coinvolto solo me, che rimanevo sola e inascoltata con un grido che mi esplodeva dentro a chiedermi se non fossi io a sbagliare tutto, esagerare, essere matta, una domanda che non ha mai trovato una risposta.

 

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