Centri off limits: disabili a carico delle famiglie
SERVIZI SOCIALI. Qualche giorno fa il convegno del Comitato di coordinamento. Potrebbe accadere nel giugno del 2012. Lo denunciano le associazioni: «L'Ulss 6 rischia liste d'attesa. Mancano risorse».Sono una ventina, nel territorio dell'Ulss 6, le persone con disabilità gravi che devono restare in famiglia, non potendo essere accolte nei centri diurni.
Si calcola che nel giugno dell'anno prossimo ne usciranno da scuola altri trenta: se non si troveranno soluzioni, anche loro resteranno in carico alle famiglie. Le prospettive - denuncia il Comi.Vi.H, coordinamento delle associazioni dei disabili e dei loro familiari - sono pessime: i fondi statali, e quindi le risorse da destinare ai centri diurni, sono in caduta libera; i sindaci dell'Ulss 6 vogliono introdurre dei criteri per stabilire le priorità di accesso, modificando la legge regionale 30 del 2009, che invece parla di "universalità di accesso al servizio".
«Da quanto sappiamo - spiega Riccardo Cagnes, presidente del Comitato - questi criteri riguarderanno la situazione del disabile, della sua famiglia, la disponibilità economica. Non c'è ancora niente di ufficiale, ma temiamo che così si creino delle liste di attesa, senza alcuna certezza per le famiglie. Anzi, le liste di fatto ci sono già: nel giugno scorso i disabili in attesa erano una trentina, poi per una decina si è trovata la soluzione dell'inserimento part-time».
RISORSE IN CALO. Il tema è emerso ieri mattina nella Casa dell'Immacolata all'incontro "Disabilità: quali garanzie, quale futuro?", terzo appuntamento con cui Comi.Vi.H intendeva confrontarsi con politici, amministratori pubblici, rappresentanti delle istituzioni. Intenzione andata quasi del tutto delusa: sono intervenuti solo l'onorevole Daniela Sbrollini e il consigliere regionale Stefano Fracasso, entrambi del Pd, e Gino Ferraresso della Cgil Vicenza. «Sentiamo i politici lontani», ha detto Vanni Poli, consigliere regionale dell'Anffas, prima di sciorinare i numeri dei fondi statali: quelli per le politiche della famiglia sono scesi dai 364,5 milioni di euro del 2008 ai 52,5 del 2011; quelli per le politiche sociali, dai 929,3 milioni del 2008 ai 274 di quest'anno; per i non autosufficienti, dopo i 300 milioni del 2008, i 400 del 2009 e del 2010, quest'anno sono a zero.
NELL'ULSS 6. Le preoccupazioni a livello locale riguardano, come si è detto, le priorità di accesso ai centri diurni proposte all'unanimità dalla Conferenza dei sindaci dell'Ulss 6, ma anche la compartecipazione alle spese per i servizi diurni stessi da parte delle famiglie. «E tutto questo - ha detto Poli - senza che siano definti i livelli essenziali di assistenza, cioè ciò di cui i disabili hanno diritto». La proposta dei sindaci aveva dato origine, nel giugno scorso, alla clamorosa protesta in piazza delle associazioni vicentine dei disabili, culminata con la consegna di un documento al prefetto Melchiorre Fallica. Altrove, i segnali non sono più incoraggianti: «Nell'Ulss 5 - ha aggiunto Poli - si vuole affidare i servizi sociali con gare al massimo ribasso. Quali garanzie dà questo sistema in termini di qualità, efficienza, continuità?».
I SINDACI. Tutto si riduce a un problema solo, mancano i soldi. Alberto Toldo, primo cittadino di Valastico, coordinatore regionale delle conferenze dei sindaci, è realista: «Per i Comuni è insostenibile mantenere i servizi così come sono. Va avviato un processo di riforma della legge 30, riforma di cui fanno parte le proposte sulle priorità di accesso e la compartecipazione. Ma abbiamo chiesto alla Regione di fare un ragionamento insieme alle famiglie e ai loro rappresentanti: non possiamo prendere in giro i disabili e dire loro che i servizi ci sono, ma mancano le risorse». La formazione di liste d'attesa è un rischio che va evitato, secondo Toldo, che però avverte: «La situazione vicentina non è tra le più difficili. Altrove si comincia a ridurre i giorni di accesso alle strutture». Paradossalmente, le attuali difficoltà economiche - aggiunge Toldo - sono dovute anche al fatto che sono stati modificati gli standard strutturali e di servizio dei centri diurni, operazione che ha aumentato i costi. «Dobbiamo chiederci se questo processo è stato il più virtuoso possibile. Ribadisco, ora è necessario un ragionamento con Regione e famiglie, da fare con delicatezza ma anche con estrema responsabilità». Nei 39 comuni dell'Ulss 6 i centri diurni sono una decina: «Una volta si chiamavano Ceod - chiosa Cagnes - e in questa sigla c'erano anche le parole educativo e occupazionale. Il nome è cambiato: ma spesso abbiamo visto cambiamenti formali che poi sono diventati sostanza».
Gianmaria Pitton





